Alzheimer: all’origine del declino cognitivo potrebbe esserci un eccessivo accumulo di ferro nel cervello

L’ipotesi

Alzheimer: all’origine del declino cognitivo potrebbe esserci un eccessivo accumulo di ferro nel cervello

Le persone affette dalla malattia neurodegenerativa mostrano livelli eccessivi di ferro in varie aree del cervello. I farmaci che eliminano il ferro (ferro-chelanti) potrebbero essere testati come trattamenti per rallentare i danni dell’Alzheimer. È l’ipotesi di uno studio su Radiology

di redazione

L’espressione “una memoria di ferro” probabilmente andrà corretta. Perché ferro e memoria non sembrano andare d’accordo. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Radiology l’accumulo di ferro nella neocorteccia cerebrale è infatti responsabile del declino cognitivo e della perdita di memoria delle persone affette dalla malattia di Alzheimer. 

L’associazione tra l’Alzheimer e gli elevati livelli di ferro nel cervello era già stata individuata da studi precedenti. I depositi di ferro sono infatti correlati alla presenza della proteina beta amiloide che, aggregandosi, forma le caratteristiche placche che mandano in tilt le funzioni cerebrali. 

Non solo. L’accumulo di ferro va di pari passo con un aumento eccessivo della proteina tau nei neuroni, l’altra proteina complice dell’irreversibile declino cognitivo delle persone con Alzheimer. È anche noto che la materia grigia delle persone colpite dalla malattia neurodegerativa contiene quantità superiori di ferro rispetto alle persone sane.  

La novità dello studio consiste nell’aver individuato per la prima volta anomali livelli di ferro nello strato esterno del cervello coinvolto nel linguaggio, nel pensiero cosciente e in altre importante funzioni. Questa area del cervello, la neocorteccia, sfugge normalmente alle indagini con la risonanza magnetica perché la sua particolare anatomia distorce i segnali dello strumento diagnostico. L’unica soluzione sarebbe quella di utilizzare apparecchi ad altissima risoluzione che però richiedono tempi lunghi per le scansioni. 

I ricercatori hanno trovato un efficace compromesso utilizzando una risonanza magnetica a 3 Tesla in grado di riprodurre dettagli anatomici con elevata precisione in tempi accettabili. 

L’apparecchio è stato usato per mettere a confronto i livelli di ferro nel cervello di 100 persone con Alzheimer con quelli di 100 persone sane. 

Dei 100 partecipanti con Alzheimer, 56 sono stati sottoposti a successivi test neurpsicologici ed esami con risonanza magnetica in media dopo 17 mesi dalle prime indagini. 

La tecnica utilizzata ha permesso ai ricercatori di quantificare i livelli di ferro in varie aree cervello. «Abbiamo trovato segnali di un maggiore accumulo di ferro nella materia grigia profonda e nella neocorteccia totale, e a livello deei lobi temporali e occipitali, nei pazienti con malattia di Alzheimer rispetto agli individui sani della stessa età», ha detto Reinhold Schmidt, professore di neurologia e direttore de Dipartimento di Neurologia della Medical University di Graz in Austria, a capo dello studio. 

Il maggiore accumulo di ferro era associato a un maggiore declino cognitivo indipendentemente dalla quantità di volume cerebrale perso.

Lo studio sembrerebbe confermare un’ipotesi presa in considerazione già in studi precedenti: le elevate concentrazioni di ferro potrebbero promuovere l’accumulo di beta amiloide e di proteina tau all’origine dell’Alzheimer. 

Il ferro potrebbe quindi diventare un nuovo target terapeutico. Farmaci che riuscissero a ridurre l’accumulo di ferro nel cervello potrebbero forse bloccare o rallentare il declino cognitivo legato all’Alzheimer. L’ipotesi potrebbe essere sottoposta a verifica in tempi brevi dato che esistono già in commercio i farmaci ferro-chelanti, prodotti utilizzati per eliminare il ferro dall’organismo.  Questi stessi medicinali potrebbero essere testati in trial clinici per la malattia di Alzheimer.

«Il nostro studio fornisce sostegno all'ipotesi che l’omeostasi del ferro sia compromessa nella malattia di Alzheimer e suggerisce  di testare l’efficacia dei chelanti del ferro negli studi clinici come obiettivo terapeutico promettente. La mappatura del ferro basata sulla risonanza magnetica potrebbe essere utilizzata come biomarcatore per la previsione della malattia di Alzheimer e come strumento per controllare la risposta al trattamento negli studi clinici», conclude Schmidt.