L’amore per il rischio è scritto nel cervello

Lo studio

L’amore per il rischio è scritto nel cervello

Le informazioni genetiche combinate alle scansioni cerebrali di oltre 25mila persone suggeriscono che esiste una base genetica e neurobiologica comune per i comportamenti a rischio

di redazione

Hanno una irresistibile attrazione per il pericolo. Spingono sempre l’acceleratore al massimo. Se c’è la possibilità di fare qualcosa di imprudente non se la lasciano sfuggire. Bramano l’incertezza, provocano le sfide, alzano sempre la posta in gioco, sono i primi a buttarsi in attività dall’esito incerto. Sono gli amanti del rischio, quelli che fanno di tutto per vivere una vita spericolata. Secondo uno studio dell’Università di Zurigo la loro irrequietezza oltre a essere scritta nei geni, come già era stato suggerito da studi precedenti, è ben visibile nel cervello. La comnente genetica insieme a quella fisiologica costituirebbero la base biologica del tratto psicologico bisognoso di insicurezze. 

Vale a dire che il cervello delle persone temerarie possiede alcuni tratti caratteristici che lo distinguono da quello delle persone più prudenti. Gli scienziati di Zurigo hanno individuati questi “segni particolari” analizzando l’anatomia cerebrale di 25mila individui geneticamente predisposti al rischio. Dalle immagini della risonanza magnetica funzionale sono emerse differenze in 5 regioni del cervello: nell’ipotalamo, dove il rilascio di ormoni come orexina, ossitocina e dopamina controlla le funzioni vegetative del corpo, quelle al di fuori del controllo volontario, nell'ippocampo, coinvolto nella memoria, nella corteccia prefrontale dorsolaterale, che svolge un ruolo importante nell'autocontrollo e nelle funzioni cognitive, nell'amigdala, che controlla, tra le altre cose, la reazione emotiva al pericolo e nello striato ventrale, che viene attivato durante l'elaborazione delle ricompense. I ricercatori sono anche rimasti sorpresi dalle differenze anatomiche riscontrate nel cervelletto, un'area generalmente esclusa dagli studi sui comportamenti a rischio perché è da sempre ritenuta coinvolta principalmente nelle funzioni motorie fini. 

«Sembra che il cervelletto abbia dopo tutto un ruolo importante nei processi decisionali come il comportamento di assunzione di rischi. Nel cervello di individui più tolleranti al rischio, abbiamo trovato meno materia grigia in queste aree. Tuttavia, il modo in cui questa materia grigia influisce sul comportamento deve ancora essere studiato ulteriormente», ha dichiarato Gökhan Aydogan dell’Università di Zurigo, a capo dello studio.

Lo studio pubblicato su Nature Human Behavior a studiare le basi del comportamento di assunzione del rischio su un campione così ampio e rappresentativo ed è anche il primo a esaminare i possibili fattori di influenza, predisposizione genetica e differenze nell'anatomia e nella funzione delle aree cerebrali, in combinazione piuttosto che separatamente. Al momento, non è ancora chiaro in che misura la connessione tra disposizione genetica ed espressione neurobiologica sia causale. «Il modo in cui esattamente l'interazione tra ambiente e geni determini l'assunzione di rischi richiede ulteriori ricerche», conclude sottolinea Aydogan.