Anche gli Sherpa dell’Himalaya sono vittime dell’inquinamento

Inquinamento indoor

Anche gli Sherpa dell’Himalaya sono vittime dell’inquinamento

Colpa di stufe inefficienti, combustibili di bassa qualità e case poco ventilate
redazione

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Ricercatori del Cnr hanno svolto uno studio a 2500 metri di altezza, nel villaggio di Chaurikharka, in Nepal, monitorando i livelli di inquinamento in tredici abitazioni

Vivono in alcuni dei posti più incontaminati del mondo eppure soffrono di malattie che sono connesse all’inquinamento dell’aria. 

È l’apparente paradosso che caratterizza alcune delle popolazioni che vivono in aree montane particolarmente remote come l’Himalaya o le Ande. Ora, uno studio condotto da ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con l’Università di Ferrara e l’Università di Pisa, ha confermato che è la cattiva qualità dell’aria degli ambienti interni a causare danni al sistema respiratorio e cardiocircolatorio. 

Lo studio, che è in via di pubblicazione sull’European Journal of Internal Medicine, è stato condotto a Chaurikharka, un villaggio del Nepal a circa 150 km da Katmandu. Il villaggio è situato a 2.500 di altitudine ed è abitato dalla popolazione Sherpa. 

Un killer da 4 milioni di morti

L’impatto dell’inquinamento sulla salute è enorme: il particolato atmosferico fine (le cosiddette “polveri sottili” PM2,5) costituisce il sesto fattore di rischio per la salute umana e ha causato nel 2016 a livello globale 4,1 milioni di morti per disturbi respiratori, cardiovascolari e per cancro polmonare. Un numero di decessi maggiore rispetto a quello dovuto a più noti fattori di rischio quali abuso di alcool o inattività fisica, e simile a quello per elevati livelli di colesterolo nel sangue o obesità. 

Della gravità della situazione ha preso atto anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che in questi giorni ha organizzato a Ginevra la prima Conferenza globale del sugli effetti dell’inquinamento dell’aria sulla salute.

Quando il killer è in casa

«Meno noto è che circa 2 milioni di decessi annui addizionali sono originati dall’esposizione all’inquinamento negli ambienti domestici, fenomeno particolarmente preoccupante nei continenti asiatico e africano, dovuto principalmente all’utilizzo, per riscaldamento e preparazione dei pasti, di combustibili di bassa qualità (sterpi, residui agricoli, sterco animale) con stufe altamente inefficienti e in ambienti non adeguatamente ventilati», spiega Sandro Fuzzi,  ricercatore dell’Istituto di scienze  dell’atmosfera e del clima (Cnr-Isac) e coautore dell’articolo. 

«Precedenti ricerche hanno già esaminato questo fenomeno in India, Cina e America Latina. La particolarità di questo studio, condotto nel villaggio di Chaurikharka, a 2.562 metri di altezza, abitato dalla popolazione Sherpa, sono la lontananza da altre possibili sorgenti di inquinamento, nonché la bassissima propensione al fumo, e la rarità dei fenomeni di obesità e diabete nella popolazione. L’assenza di questi fattori rende possibile una valutazione più precisa del rapporto causa-effetto fra l’inquinamento indoor e le affezioni riscontrabili nella popolazione».

In questi ambienti domestici le concentrazioni di PM2.5, contenente a sua volta un’elevata percentuale di black carbon, un derivato dalla combustione estremamente dannoso per la salute, possono superare di molte volte i limiti fissati dall’Oms per l’aria ambiente. 

In milioni di abitazioni dei Paesi emergenti questo tipo di stufe, spesso senza camino, sono ancora oggi utilizzate per riscaldarsi e per preparare i pasti. Immagine: ©CNR

«Abbiamo monitorato tredici case del villaggio su un intero ciclo giornaliero per verificare i livelli di concentrazione di PM2.5 e di black carbon. Settantotto abitanti delle case oggetto delle misure in età compresa fra 16 e 75 anni sono poi stati oggetto di una serie di valutazioni mediche», aggiunge Lorenza Pratali, ricercatrice dell’Istituto di fisiologia clinica (Cnr-Ifc) e primo autore dello studio. «Dai risultati clinici è emerso che anche una cattiva qualità dell’aria dell’ambiente indoor può causare una precoce disfunzione a carico delle vie aeree e danno cardiovascolare subclinico. L’effetto nocivo è maggiore soprattutto dal punto di vista cardiovascolare nella popolazione con età maggiore di 30 anni, con una più prolungata esposizione al black carbon».

La soluzione sarebbe semplice, dice Pratali. Basterebbero «semplici interventi che favoriscano l’uso di stufe più efficienti e combustibili più adeguati».