Gli anticorpi contro SARS-CoV-2 resistono almeno 9 mesi. La conferma dai risultati dei test di massa di Vo’

Lo studio dell’Oms

Gli anticorpi contro SARS-CoV-2 resistono almeno 9 mesi. La conferma dai risultati dei test di massa di Vo’

Il test di massa condotto a Vo’ dimostra che gli anticorpi persistono fino a 9 mesi dall’infezione, anche nei casi asintomatici. Ma calano nel tempo. Lo studio pubblicato su Nature Communications dimostra anche che il solo tracciamento di contatti non basta per tenere sotto controllo l’epidemia

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Immagine: dronepicr, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Vo’, la piccola località alle pendici dei colli Euganei  in provincia di Padova, uno di primi focolai di Covid-19 in Italia, è diventata, suo malgrado e a caro prezzo, una miniera d’oro di dati per la scienza. Oggi la troviamo sulle pagine di Nature Communications: i test condotti sull’85 per cento della popolazione, poco più di 3mila abitanti, dimostrano che gli anticorpi indotti dal virus durano a lungo, almeno 9 mesi dall’infezione. 

Il risultato si deve al meticoloso lavoro di monitoraggio a tappeto condotto dall’Università di Padova e dall’Imperial College London. Tra febbraio e marzo del 2020 c’è stato il primo test di massa per la ricerca dei casi di infezione. Si era presentato all’appuntamento l’85 per cento dei residenti. L’analisi con la ricerca degli anticorpi è stata ripetuta a maggio e a novembre del 2020. Si è scoperto così che il 98,8 per cento delle persone colpite dal virus tra febbraio e marzo continuavano ad avere livelli rilevabili di anticorpi a novembre indipendentemente dalla gravità dei sintomi dell’infezione. Anche le persone asintomatiche mostravano ancora dopo tanto tempo i segni evidenti della risposta anticorpale. «Non abbiamo trovato prove che i livelli di anticorpi tra infezioni sintomatiche e asintomatiche differiscano in modo significativo, il che suggerisce che la potenza della risposta immunitaria non dipende dai sintomi e dalla gravità dell’infezione», ha dichiarato Ilaria Dorigatti dell’Imperial College che ha guidato lo studio. 

Gli scienziati hanno utilizzato differenti sistemi di analisi che misurano differenti tipi di anticorpi, ognuno dei quali prende di mira differenti parti del virus. I risultati indicano che tutti i tipi di anticorpi diminuiscono nel tempo ma non tutti allo stesso modo. Serviranno ulteriori approfondimenti per osservare il diverso andamento dei vari tipi di anticorpi.  «Al follow-up, che è stato eseguito circa nove mesi dopo l'epidemia, abbiamo scoperto che gli anticorpi erano meno abbondanti, quindi dobbiamo continuare a monitorare la persistenza degli anticorpi per periodi di tempo più lunghi», afferma Enrico Lavezzo, dell'Università di Padova. 

In alcuni casi è stato notato un aumento degli anticorpi tra un prelievo di sangue e il successivo probabilmente dovuto a una nuova infezione che aveva dato una ulteriore spinta al sistema immunitario. 

«Il nostro studio mostra che i livelli di anticorpi variano, a volte notevolmente, a seconda del test utilizzato. Ciò significa che è necessaria cautela quando si confrontano le stime dei livelli di infezione in una popolazione ottenuta in diverse parti del mondo con test diversi e in tempi diversi», sottolinea Dorigatti. 

Dai test condotti a maggio 2020 è emerso che il 3,5 per cento della popolazione aveva contratto l’infezione, in molti casi senza neanche accorgersene.

Il monitoraggio a tappeto della popolazione di Vò ha fornito informazioni utili anche sul rischio di contagio all’interno delle famiglie quando uno dei membri si infetta. Il modello messo a punto dai ricercatori suggerisce che c'è una probabilità di circa 1 su 4 che una persona infetta contagi un membro della famiglia.  I dati epidemiologici di Vo’ indicano anche che la maggior parte della trasmissione (79%) viene causata dal 20 per cento delle infezioni. Significa che nella maggior parte dei casi l’infezione non ha un seguito, nasce e finisce con la persona infetta. Il problema è che i pochi casi in cui l’infezione si trasmette sono in grado di contagiare tante persone. È molto probabile che a decidere il destino dell’infezione, ossia la probabilità di trasmettere il virus ad altre persone, dipenda dalle misure di precauzione adottate. Mascherine, distanziamento, igiene delle mani possono ridurre notevolmente il rischio di contagio. Lo studio su Vo’ insegna infine che il tracciamento dei contagi non basta a tenere sotto controllo l’epidemia. «Il nostro studio dimostra anche che il tracciamento manuale dei contatti - la ricerca di individui positivi sulla base di contatti noti e dichiarati - avrebbe avuto un impatto limitato sul contenimento dell'epidemia, se non fosse stato accompagnato da uno screening di massa», ha dichiarato Andrea Crisanti, del Dipartimento di  Life Sciences all’Imperial e di medicina molecolare all’Università di Padova.