Gli anticorpi “traditori” all’origine delle forme gravi di Covid?

L’ipotesi da rivedere

Gli anticorpi “traditori” all’origine delle forme gravi di Covid?

Qual è il ruolo degli auto-anticorpi in Covid-19? I pazienti gravi li sviluppano in misura maggiore di quelli con sintomi lievi. Ce ne sono di diversi tipi e tutti sembrano attaccare elementi chiave per il corretto funzionamento dell’organismo. Su Nature la sintesi di quel che sappiamo finora

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Immagine: National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

In questa lunga lotta contro Covid-19 sembra proprio che gli anticorpi abbiano il coltello dalla parte del manico. Molto, se non tutto, potrebbe infatti dipendere da loro, sia nella salute che nella malattia. Perché gli anticorpi “amici”, quelli che si sviluppano dopo l’infezione o dopo il vaccino, proteggono dal rischio di ammalarsi, mentre gli anticorpi “traditori”, quelli che si rivolgono contro l’organismo stesso colpendo il bersaglio sbagliato, sembrerebbero i responsabili delle forme più gravi di Covid-19 e delle conseguenze a lungo termine della malattia. 

Almeno così suggeriscono i tanti studi che hanno cercato di chiarire il mistero della varietà delle reazioni al virus: perché alcune persone si ammalano gravemente e altre neanche si accorgono di avere contratto l’infezione? La risposta potrebbe trovarsi proprio nel ruolo degli auto-anticorpi. 

Virus e autoimmunità, una relazione consolidata

Il sito di Nature da qualche tempo a questa parte ospita una serie di articoli su Covid-19 che porrebbero rientrare nella categoria giornalistica intitolata “quel che sappiamo finora”. Lo scopo è di riassumere con linguaggio divulgativo tutte le conoscenze acquisite su un determinato aspetto del virus pandemico. 

Questa volta l’attenzione è rivolta agli anticorpi “impazziti”, gli “auto-anticorpi” responsabili della reazione autoimmune che rende grave la malattia e lunga la guarigione. Ecco in sintesi cosa dice l’articolo.

Esistono diverse teorie per spiegare il fenomeno del “fuoco amico” nei pazienti con Covid-19. Alcune persone potrebbero essere predisposte a produrre auto-anticorpi pronti a fare danni nel caso di infezione. Ma potrebbe anche darsi che sia la stessa infezione a  innescare la produzione degli anticorpi “canaglia”.

Del resto il legame tra infezioni virali e malattie autoimmuni è sotto osservazione da tempo. C’è il forte sospetto per esempio che la malaria causi una forma di anemia autoimmune o che il virus Epstein-Barr, il virus della mononucleosi, sia associato al lupus e alla sclerosi multipla.  Il batterio Streptococcus pyogenes, che scatena il mal di gola, può provocare una reazione autoimmune, nota come febbre reumatica, mentre l’Helicobacter pylori sembra associato a un disturbo immunitario chiamato porpora trombocitopenica immunitaria o morbo di Werlhof (ITP), caratterizzato da un abbassamento delle piastrine nel sangue.

Gli auto-anticorpi dei pazienti Covid

Secondo i risultati di uno studio della Rockefeller University di New York, su 987 persone affette da forme gravi di Covid-19, più del 

10 per cento possedeva anticorpi specifici che attaccavano e bloccavano l'azione delle molecole di interferone di tipo 1, che normalmente aiutano a rafforzare la risposta immunitaria contro agenti patogeni estranei. Questo tipo di auto-anticorpi era più comune negli uomini rispetto alle donne, il che potrebbe spiegare come mai gli uomini sviluppano sintomi più gravi. 

La scoperta dei ricercatori americani conferma quanto era stato dimostrato per la prima volta nel 1984, ossia che gli auto-anticorpi contro l’interferone espongono i pazienti a maggiori rischi per la salute in caso di malattie infettive. 

Un secondo studio, ancora non sottoposto a peer review, su 194 pazienti con Covid-19 suggerisce che sia proprio il virus Sars-Cov-2 ha indurre l’organismo a produrre anticorpi contro se stesso. Alcuni degli individui infetti avevano auto-anticorpi contro le proteine nei vasi sanguigni, nel cuore e nel cervello.

Un gruppo di ricercatori della Free University di Brussels ha osservato la presenza di auto-anticorpi diretti contro i fosfolipidi, molecole importanti nei processi di assorbimento delle vitamine e delle proteine, nella coagulazione del sangue e nella risposta infiammatoria. Su 172 persone ricoverate in ospedale con Covid-19, il 52 per cento possedeva questi auto-anticorpi specifici. 

La ricerca degli anticorpi “canaglia” è diventata una delle principali attività degli scienziati che tentano di dare una spiegazione alle diverse manifestazioni  Covid-19. E la lista degli auto-anticorpi individuati nei pazienti son sintomi più gravi si allunga e si aggiorna periodicamente. Ultimamente, per esempio, è stata osservata una maggiore quantità di auto-anticorpi contro alcune proteine come l'annessina A2 nelle persone decedute per Covid rispetto a quelle che non avevano manifestato sintomi gravi. Tutto sembra tornare: l’annessina A2 serve a mantenere stabili le membrane cellulari e garantisce l'integrità dei piccoli vasi sanguigni nei polmoni. 

Il virus scompare, ma gli anticorpi “canaglia” continuano a far danni

La teoria degli auto-anticorpi spiegherebbe anche come mai i sintomi gravi di Covid-19 insorgono generalmente a distanza di tempo dall’inizio dell’infezione. Questi anticorpi impiegano infatti un paio di settimane per accumularsi nel corpo. Così si comprende come mai gran parte del danno ai tessuti, tra cui i polmoni, insorge molto tempo dopo le prime manifestazioni della malattia. E proprio l’autoimmunità potrebbe essere responsabile del danno prolungato ai tessuti che si protrae anche dopo l’eliminazione del virus.

In conclusione, le responsabilità degli anticorpi “traditori” nelle forme gravi di Covid-19 e nella sindrome “long Covid” non sono ancora del tutto dimostrate ma sembrano altamente probabili. Quel che non è chiaro è se ci sia una predisposizione allo sviluppo degli auto-anticorpi o se la loro produzione sia indotta dall’infezione stessa. 

Come gli autoimmunità condiziona la terapia

Comunque sia l’elemento dell’autoimmunità potrebbe condizionare la scelta delle terapie. Per esempio se venisse confermato che gli anticorpi contro l'interferone aumentano il rischio di forme gravi della malattia, sarebbe utile condurre esami specifici per verificarne la presenza nei pazienti.

Le persone che posseggono questi anticorpi potrebbero venire trattate il prima possibile con un integratore l'interferone-β, un tipo di interferone meno esposto agli attacchi del sistema immunitario. 

Per trattare la sintomatologia del long-Covid invece si è pensato di ricorrere ai farmaci immunosoppressori, tra cui quelli usati nell’artrite reumatoide, come il tocilizumab, la cui efficacia per Covid però è ancora incerta.