APOE4: la proteina mutante che incattivisce l’Alzheimer

Lo studio

APOE4: la proteina mutante che incattivisce l’Alzheimer

Uno studio italiano svela una nuova relazione tra fattori genetici e caratteristiche della malattia
redazione

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Immagine: © Music for memory project, http://www.musicformemoryproject.org

La presenza del polimorfismo APOE4 è un fattore determinante nell’avvio dei processi indotti dalla deposizione della proteina Tau caratteristici della malattia di Alzheimer.

È questo il risultato di uno studio condotto dal laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Università di Bologna. 

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Report.

II ruolo delle proteine APOE e Tau negli studi sull’Alzheimer è noto da oltre vent’anni, ma ancora poco si sapeva del modo in cui queste interagiscono nei pazienti affetti dalla malattia. 

Su questo aspetto si è concentrato il lavoro dei ricercatori della Fondazione Santa Lucia, che ha portato a concludere che

«Per arrivare a questo risultato siamo partiti dalla nostra esperienza in Neurofisiologia con un approccio a diversi livelli», ha spiegato il responsabile del Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale del Santa Lucia Giacomo Koch. «Già in passato avevamo caratterizzato la relazione tra parametri liquorali e alterazioni neurofisiologiche, mostrando l’associazione tra danni della corteccia cerebrale e livelli di proteina Tau. Oggi, ampliando il nostro campione e impiegando una metodica nuova, abbiamo potuto analizzare l’impatto del polimorfismo APOE4 sulle alterazioni della plasticità corticale».

Il metodo sperimentale adottato è consistito nella combinazione tra l’analisi del liquor cefalorachidiano, prelevato tramite puntura lombare, e l'esame delle colture cellulari. I pazienti, infatti, sono stati inizialmente classificati sulla base della presenza o meno del gene APOE4 e quindi sottoposti ad un prelievo del liquor nel quale sono state misurate le tracce della proteina Tau. Successivamente è stato misurato il livello di efficienza della loro attività cerebrale tramite stimolazione magnetica transcranica. In parallelo, una parte del liquor è stata utilizzata per verificare la diretta tossicità su cellule cerebrali sane in coltura (astrociti).

«Abbiamo così osservato che solo nel gruppo APOE4 i pazienti con livelli più alti di proteina Tau hanno una maggiore compromissione dell’attività cerebrale ed una più rapida progressione della malattia mentre gli APOE3 mostrano un decorso svincolato dalla proteina Tau», ha spiegato Koch.  «Allo stesso modo, il liquor aveva un effetto dannoso sulle colture di cellule cerebrali sane solamente quando era raccolto dai quando pazienti portatori del gene APOE4 con valori elevati di proteina Tau».

I ricercatori hanno perciò concluso che la proteina Tau era associata con un danno maggiore solo nel gruppo di pazienti portatori del gene APOE4.

La scoperta apre ora le porte a diverse applicazioni: la più concreta è un più efficace impiego dei farmaci mirati a bloccare la tossicità della proteina Tau, considerati la più promettente frontiera per la cura della malattia di Alzheimer. Secondo quanto portato alla luce dallo studio, infatti, questi potrebbero mostrare maggiore efficacia nei pazienti con polimorfismo APOE4, che rappresentano oltre il 50 per cento dei malati di Alzheimer.