Caccia agli animali che si possono infettare con Sars-CoV-2. Potrebbero essere gli untori del futuro

La ricerca parallela

Caccia agli animali che si possono infettare con Sars-CoV-2. Potrebbero essere gli untori del futuro

Già ci sono casi di animali selvatici positivi a Sars-Cov-2 e casi di umani con “infezioni di ritorno” (da uomo ad animale a uomo). Si teme l’innescarsi di un circolo vizioso che potrebbe alimentare un’altra pandemia, con il virus che passa dall’uomo all’animale e poi mutato ritorna all’uomo

di redazione

Visoni, furetti, gatti, cani, maiali, gorilla, leopardi e ovviamente pipistrelli. La caccia agli animali domestici o selvatici che possono infettarsi con Sars-Cov-2 è ufficialmente aperta. Perché così si cerca di scongiurare uno scenario inquietante che vede il virus passare dall’uomo agli animali, mutare in qualche forma che sfugge ai vaccini e poi tornare all’essere umano come protagonista di una nuova pandemia. Un lungo articolo sul sito di Nature ripercorre gli sforzi degli scienziati per interrompere sul nascere questa catena infinita di salti di specie, dall’animale all’uomo, dall’uomo all’animale e così via. Il vortice dello spillover.

L’ipotesi che Sars-Cov-2 possa ripresentarsi in futuro trasmesso da qualche animale si è concretizzata lo scorso dicembre nelle vesti di un visone selvatico dello Utah risultato positivo al virus. È la scoperta che ha dato fiato alle trombe: la stagione della caccia ai potenziali futuri “untori”, i famigerati reservoir del virus, si è inaugurata quel giorno. 

Il visone selvatico dello Utah preoccupa più di altri casi di positività segnalati in precedenza tra animali in cattività (come i visoni negli allevamenti) o domestici, per il semplice motivo che le epidemie all’interno delle fattorie o degli allevamenti o delle abitazioni possono essere fermate, con metodi più o meno drastici, dalle quarantene all’abbattimento degli animali. Ma un visone in libertà può, buon per lui, circolare dove vuole e sfuggire al controllo degli umani, trasformandosi in una mina vagante. Se il virus inizia a circolare tra gli animali selvatici la sua diffusione è fuori controllo. 

Per questo esistono in tutto il mondo gruppi di scienziati impegnati a intercettare i minimi rischi di spillover monitorando la presenza del virus in animali selvatici, da allevamento e da compagnia, negli zoo, nelle fattorie, nei rifugi, nelle cliniche veterinarie. 

«Il visone selvatico risultato positivo nello Utah potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Più cerchiamo, più potremmo trovare», ha dichiarato a Nature Sarah Hamer, epidemiologa e veterinaria della Texas A&M University.

I casi di salto si specie da uomo ad animale verificati o sospetti vengono segnalati alla  World Organisation for Animal Health (OIE) che ha sede a Parigi. Grazie a modelli computazionali e studi di laboratorio, gli scienziati sanno quali sono le specie più vulnerabili alle infezioni (i visoni sono in cima alla lista). 

Maiali e mucche “assolti”. Visoni e pipistrelli sorvegliati speciali

All’inizio della pandemia i sorvegliati speciali erano i maiali, probabilmente per i loro precedenti nella diffusione dell’influenza suina, ma soprattutto perché sono stati vittime di infezioni di coronavirus in passato. Nel 2008 un’epidemia di coronavirus ha ucciso 25mila esemplari in una fattoria nel sud della Cina. Negli esperimenti di laboratorio si è visto che Sars-Cov-2 può entrare nelle cellule del maiale attraverso la proteina ACE2, lo stesso recettore usato dal virus per infettare gli umani. Nella realtà però i maiali non si infettano dimostrando di possedere qualche forma di difesa al virus.  Il che è una buona notizia dato l’elevato numero di allevamenti di suini presenti nel mondo. 

Dai maiali si è passati ai pipistrelli, che non potevano certo rimanere fuori dalla lista dei ricercati visto che sembrerebbero esserci loro all’origine della pandemia. I primi esperimenti su 46 specie sono piuttosto rassicuranti: il virus non riesce a entrare nei chirotteri. Ma in natura ci sono 1.400 specie di pipistrelli e la possibilità che qualcuna di queste possa essere sensibile a Sars-Cov-2 non è da escludere. 

Man mano che le ricerche sugli animali sono proseguite, gli scienziati hanno depennato dalla lista dei sospetti una serie di specie che non sembrano costituire una minaccia: le arvicole, i procioni, le mucche, le anatre i polli, che sembrano tutti resistenti alle infezioni da coronavirus.

Restano invece “indagati” altri animali che potrebbero ospitare il virus e trasmetterlo: i furetti, i gatti, il cervo dalla coda bianca (Odocoileus virginianus) e diverse specie di primati non umani. 

Gli animali domestici

Alcuni studi hanno dimostrato che il salto di specie dall’uomo all’animale nel caso di animali domestici è estremamente improbabile. Un esperimento molto indicativo è stato condotto su 29 furetti che hanno convissuto con i loro padroni malati di Covid senza avere contratto l’infezione (i test hanno dato tutti esito negativo). Per quanto riguarda i gatti la questione è ancora controversa. L’ipotesi che va per la maggiore è che i felini domestici possono infettarsi ma sembrano capaci di liberarsi del virus molto presto e quindi non sembrano costituire una minaccia per gli umani.

Su 920 campioni di sangue prelevati da gatti in Germania tra aprile e settembre, durante la prima ondata della pandemia, 6 sono risultati positivi agli anticorpi contro SARS-CoV-2. Uno studio italiano ha rilevato che circa il 6 per cento dei 191 gatti domestici aveva anticorpi SARS-CoV-2.

Da uomo ad animale e ritorno

Finora la tabella della World Organisation for Animal Health (OIE) sulle epidemie di Sars-Cov-2 tra gli animali riporta poche segnalazioni. In tutto il mondo sono stati regisrati 65 casi positivi tra i gatti, 47 tra i cani, 336 tra i visoni, 1 caso tra i furetti domestici, 3 casi tra i leoni, 3 casi tra le tigri, 1 caso nei puma, 1 caso tra i gorilla. 

Le epidemie scoppiate negli allevamenti di visone nei Paesi Bassi, in Danimarca, negli Stati Uniti e in Gercia sono sicuramente i casi più eclatanti del passaggio del virus dall’uomo agli animali. In un allevamento danese il 97 per cento degli animali era risultato positivo ai test per l’individuazione di Sars-Cov-2. Gli animali sono stati molto probabilmente infettati dai lavoratori dell’allevamento. Ma l’aspetto più interessante della faccenda è che l’infezione è tornata al mittente. I visoni infettati dagli umani hanno a loro volta trasmesso il virus nuovamente ad altri esseri umani. Dall’uomo all’animale e ritorno. 

I due casi riconosciuti da uno studio pubblicato su Science sono stati i primi a dimostrare che gli animali possono infettare gli esseri umani. Ora il numero di persone sospettate di essere state contagiate dai visoni è salito a 60. Di conseguenza, l’Oms ha invitato a eseguire test sui visoni trovati in natura nei pressi degli allevamenti. 

L’ultimo capitolo della ricerca sul doppio salto di specie, da uomo ad animale e ritorno, riguarda le varianti di Sars-Cov-2 in circolazione tra gli umani, quella inglese, quella brasiliana e quella sudafricana. Come si compartano i virus mutati sugli animali? Ancora è presto per dirlo, ma alcuni esperimenti sui topi sono preoccupanti: gli animali che erano resistenti alle versioni non mutate di Sars-Cov-2 si infettano invece con le varianti.