Il trapianto di cellule staminali migliora i sintomi del Parkinson

Lo studio

Il trapianto di cellule staminali migliora i sintomi del Parkinson

In test eseguiti su scimmie, gli animali sono tornati a muoversi senza spasmi e tremori
Giovanna Dall’Ongaro

Il corpo è fuori controllo. Le mani tremano, il volto si contrae in smorfie involontarie, i movimenti sono lenti, la postura è rigida e l’equilibrio è precario. Camminare, vestirsi, versarsi un caffè possono diventare un’impresa. Quando la diagnosi di Parkinson viene consegnata, il danno è già fatto: i pazienti che presentano i primi sintomi della malattia hanno oramai perso la metà dei neuroni dopaminergici presenti nel mesencefalo, tra i principali responsabili dei movimenti volontari del corpo. 

Il compito dei medici può essere solamente quello di intervenire sul decorso della patologia cercando di rallentarne il più possibile l’evoluzione. Non esistono ancora farmaci capaci di rendere reversibile il processo degenerativo. 

Ma dal Giappone, più precisamente dall’Università di Kyoto, arriva ora una notizia che fa ben sperare: una terapia a base di cellule staminali pluripotenti indotte (iPs) è riuscita a ripristinare la funzionalità motoria in scimmie (Macacus fascicularis) affette da una patologia animale equivalente al Parkinson.

Lo studio pubblicato su Nature riaccende le speranze di una cura per gli esseri umani. Non solo perché la sperimentazione è stata condotta su primati che si ammalano in modo molto simile al nostro, ma anche perché le cellule staminali trapiantate erano di origine umana. 

Jun Takahashi, neurochirurgo specializzato nella malattia di Parkinson a capo dello studio e i suoi colleghi ottenuto neuroni dopaminergici da cellule staminali adulte e li hanno trapiantati nelle scimmie. Non c’è stato bisogno di ricorrere alle embrionali, con il rischio di sollevare questioni etiche, perché le iPs hanno dimostrato di funzionare altrettanto bene. 

«La nostra ricerca - dice Takahashi - ha dimostrato che i neuroni dopaminergici ricavati da staminali adulte sono altrettanto validi di quelli ottenuti da cellule embrionali del mesencefalo». Le cellule staminali pluripotenti indotte sono cellule già differenziate che in laboratorio vengono riportate indietro allo stadio di staminali pluripotenti in grado cioè di assumere nuove identità a seconda delle circostanze. 

Non è un caso che la sperimentazione sulle scimmie con le cellule iPs sia stata condotta all’Università di Kyoto. È nei laboratori di quella struttura accademica, infatti, che lo scienziato Shinya Yamanaka produsse le prime cellule iPs a partire da cellule di topo nel 2006, aggiudicandosi così il premio Nobel per la medicina. 

Tornando al nuovo studio, ecco i risultati: dopo due anni dal trapianto dei neuroni i macachi affetti dalla malattia degenerativa trattati con le staminali avevano ripreso a muoversi in modo naturale senza i tipici spasmi del Parkinson. Non sono stati registrati effetti collaterali rilevanti nel biennio di osservazione. E non si sono sviluppati tumori, né reazioni infiammatorie.  

Il successo della terapia, spiegano gli scienziati, dipende più dalla qualità dei neuroni trapiantati che dalla quantità delle cellule che sopravvivono. «Abbiamo constatato che la qualità delle cellule del donatore - dice Tetsuhiro Kikuchi, tra i firmatari dello studio -  hanno un grande impatto sulla sopravvivenza dei neuroni dopaminergici». 

Lo scopo dei ricercatori di Kyoto è chiaro: confezionare al meglio una procedura riutilizzabile sugli esseri umani. 

Per questo si sono dedicati con cura alla soluzione di alcuni passaggi chiave che renderebbero la sperimentazione sulle scimmie pronta per essere trasferita agli umani. 

In primo luogo servirebbe un modo per selezionare le cellule migliori che garantiscano le maggiori possibilità di successo. Ecco la risposta: il team giapponese ha individuato 11 geni indicativi della qualità delle staminali. Uno di questi, sembra particolarmente rivelatore:  il gene Dlk1. 

In secondo luogo sarebbe necessario un metodo per valutare la sopravvivenza delle cellule nel cervello dei pazienti: Takahashi e i colleghi suggeriscono di ricorrere alla risonanza magnetica e alla Pet, entrambe le tecnologie diagnostiche sono in grado di rilevare le cellule sopravvissute. 

Infine, bisognerebbe minimizzare i rischi di reazioni di rigetto neuroinfiammatorie. In uno studio parallelo pubblicato su Nature Communications, i ricercatori hanno indicato come fare:  i livelli di infiammazione provocati dal trapianto di neuroni dopaminergici si abbassano se donatore e ricevente sono compatibili da un punto di vista immunitario. Nelle scimmie infatti esiste un equivalente dell’antigene leucocitario umano (Hla), chiamato complesso maggiore di istocompatiblità, che, come il primo, è responsabile del rigetto nei trapianti e che può indicare il rischio di reazioni avverse. 

A questo punto il pacchetto è completo, affermano i ricercatori: ci sono i risultati incoraggianti su specie animali simili a noi, ci sono le procedure per rendere più efficace il trapianto di staminali e quelle per monitorarne l’esito e c’è il sistema per ridurre i rischi di reazioni infiammatorie. Insomma, il gruppo giapponese ha pensato a tutto e spera di poter reclutare i primi pazienti da trattare con cellule staminali prima della fine del prossimo anno. 

«Questo studio è la nostra risposta al progetto di avviare un trial clinico con le iPs - conclude Takahashi».