Il cervello continua a produrre nuovi neuroni anche a 90 anni

Il nuovo verdetto

Il cervello continua a produrre nuovi neuroni anche a 90 anni

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A 60 anni si generano ancora circa 30mila a 40mila nuovi neuroni per millimetro cubo di ippocampo, a 80 si scende a 20-30mila nuove cellule. Ma ciò non avviene se si soffre di Alzheimer
di redazione

Falso allarme: non è vero che il cervello smette di generare neuroni in età giovanile, la materia grigia prosegue la produzione di neuroni fino anche a novant’anni. L’ultimo studio su Nature Medicine riaccende una diatriba scientifica iniziata esattamente un anno fa. Quando a pochi giorni di distanza, due studi sul cervello giungevano a risultati opposti: il primo, su Nature, sosteneva che la produzione di nuovi neuroni termina intorno ai 13 anni di età, il secondo su Cell Stem Cell affermava invece che il cervello continua a generare neuroni per tutta la vita. 

La nuova ricerca conferma questa seconda ipotesi: nelle persone adulte in salute la neurogenesi non si ferma, prosegue nell’ippocampo, ma si riduce considerevolmente nel cervello delle persone con Alzheimer. Anche se bisogna precisare che lo studio si basa su una piccola quantità di dati. 

I ricercatori dell’Università autonoma di Madrid hanno analizzato campioni di tessuto cerebrale post-mortem di 13 individui in salute tra i 43 e gli 87 anni di età e di 45 pazienti con Alzheimer tra i 52 e i 97 anni di età. 

Il team ha adottato la stessa tecnica utilizzata dai colleghi californiani che non avevano individuato tracce di nuovi neuroni dopo l’adolescenza. Ma il differente risultato si deve al perfezionamento della procedura di analisi dei campioni e soprattutto al tempo di sedimentazione dei tessuti nella soluzione conservativa. La durata dell’immersione infatti influisce sulla possibilità di individuare nuovi neuroni, segnalati indirettamente dalla presenza di una proteina chiamata doublecortina (Dcx). L’intervallo ideale è dalle 2 alle 12 ore. Oltre le 24 ore i segnali della Dcx sono difficili da catturare. Così si spiega il mistero delle due opposte verità. Il contestato studio che negava la neurogenesi in età matura si era basato sull’analisi di tessuti lasciati troppo tempo nella soluzione utilizzata in laboratorio. 

È bastato cambiare il protocollo dell’esperimento per poter osservare migliaia di neuroni immaturi nel giro dentato, la parte dell’ippocampo associata alla formazione di ricordi, anche in persone di 80 anni di età. 

Il processo della neurogenesi quindi non si ferma, ma rallenta leggermente con l’avanzare degli anni. La regola non vale però per le persone con Alzheimer che generalmente posseggono decine di migliaia di neuroni immaturi in meno rispetto alle persone sane della stessa età. 

Non potevano mancare le reazioni dei “negazionisti” della neurogenesi in età adulta. Secondo gli autori dello studio del 2018, i neuroni individuati dai ricercatori di Madrid sarebbero un tipo particolare di neuroni maturi dell’ippocampo, presenti sin dalla nascita e non nuovi arrivati. 

Gli scienziati spagnoli dissentono, convinti di sapere quel che hanno trovato. Nel cervello di un uomo di 43 anni, per esempio, sono stati osservati 42mila nuovi neuroni per millimetro cubo di ippocampo. In una persona di 87 anni sono stati contati 20mila nuovi neuroni per millimetro cubico. 

Ma l’Alzheimer facilita il conteggio: nel cervello di un uomo di 78 anni affetto dalla malattia neurodegenerativa sono stati contati 10mila nuovi neuroni per millimetro cubo, in confronto ai 23mila di un coetaneo in salute. Gli scienziati non hanno avuto a disposizione un ampio numero di campioni per poter fare stime precise sul ritmo a cui viaggia la neurogenesi. Ma sono riusciti a fornire un’indicazione di massima.

Nelle persone di 60 anni senza Alzheimer i tassi di neurogenesi variano da circa 30mila a 40mila nuovi neuroni per millimetro cubo di ippocampo, per gli ottantenni si va dai 20mila ai 30mila.

Dallo studio è emerso un altro dato interessante, che merita di essere approfondito: la perdita dei neuroni nei pazienti con Alzheimer avviene precocemente ancora prima dello sviluppo delle placche amiloidi e degli ammassi neurofibrillari caratteristici della malattia. Pertanto, ipotizzano i ricercatori, la perdita di queste particolari cellule potrebbe servire come un biomarker per una diagnosi precoce. Inoltre, se ricercatori riuscissero a  dimostrare negli umani che la neurogenesi può migliorare la memoria, come osservato in modelli animali, stimolare la produzione di nuovi neuroni potrebbe rappresentare una nuova strategia per la cura della malattia.