Chi è immune al coronavirus?

La questione aperta

Chi è immune al coronavirus?

covid.jpg

Capire se ci sia e quanto sia ampia l'immunizzazione della popolazione è tutt'altro che scontato. Anche con test affidabili per individuare gli anticorpi resta aperta la questione della loro effettiva capacità di proteggerci
di redazione

“Chi è immune al coronavirus?”. Una risposta al fatidico quesito la tenta sul New York Times Marc Lipsitch, professore di epidemiologia dell’Harvard School of Public Health. Non è una responsabilità da poco. Si tratta della  domanda delle domande. Conoscere la risposta permetterebbe ai governi di tanti Paesi nel mondo di adottare misure mirate per il contenimento dell’epidemia. Sarebbe una bussola preziosa per la fase 2. Purtroppo però Lipsitch non offre certezze. E quel che dice in conclusione dell’articolo funziona meglio come premessa: sono necessarie ulteriori ricerche scientifiche su quasi ogni aspetto di questo nuovo virus, ma le decisioni, come è giusto che sia, devono essere prese prima che i dati scientifici diventino definitivi.

Si fa presto a dire “immune”

I pochi dati disponibili sulla risposta immunitaria al nuovo coronavirus non permettono di sapere con certezza se chi ha contratto e superato l’infezione è fuori pericolo e per quanto tempo. Lipsitch ricorda che la protezione offerta dal sistema immunitario dopo un’infezione può essere di svariati livelli: può durare tutta la vita, pochi mesi o essere quasi inesistente. Che tipo di immunità procuri il Sars Cov-2, il virus che ha scatenato l’attuale pandemia, non lo sappiamo ancora. Si possono però avanzare delle ipotesi in base alle informazioni ricavate dall’epidemia attuale e a quel che si conosce di altri virus appartenenti al gruppo dei coronavirus. Da questi dati sembra che lo scenario ideale dell’immunità a vita sia da escludere. Quel che accade con il morbillo, cioè che una volta infettati si è protetti per sempre, non accade con i coronavirus. 

Così fan gli altri coronavirus

Sars-Cov-2 è un coronavirus e si suppone quindi che si comporti come i suoi simili. Le informazioni sull’immunità provocata dagli altri coronavirus derivano da alcuni studi sulla Sars e la Mers (malattie respiratorie originate da coronavirus), ma per lo più dalle tante ricerche sui coronavirus più comuni che ogni anno provocano infezioni respiratorie di diversa gravità, dal raffreddore alla polmonite. Cosa dicono questi studi? Quelli sui coronavirus stagionali dimostrano che le infezioni procurano un certo livello di protezione per un anno, ma le difese si riducono se il ceppo del virus è anche solo leggermente diverso da quello dell’infezione precedente. Queste sperimentazioni sono state condotte esponendo i volontari a nuove infezioni. Nessuno ha osato adottare la stessa procedura nel caso di malattie tanto pericolose come la Sars o la Mers. In questo caso l’analisi della risposta immunitaria è stata condotta sugli anticorpi presenti nel sangue. Cosa si è scoperto? Il monitoraggio degli anticorpi ha suggerito che le difese immunitarie innescate dalla Sars resistono per circa due anni, quelle della Mers per tre anni. Ma la capacità degli anticorpi di neutralizzare il virus impedendogli di replicarsi si riduce nel tempo. 

E quindi? Quali sono le ipotesi per il Sars-Cov-2?

Secondo Lipsitch i dati sugli altri coronavirus lasciano immaginare che una persona colpita da Covid-19 sviluppi un certo livello di protezione di medio termine, della durata di circa un anno, che poi si indebolisca con il passare del tempo.  

Questa ipotesi sembra la più plausibile. Alcune conferme già ci sono: un recente studio della Erasmus University, nei Paesi Bassi ha pubblicato i dati sulla presenza di anticorpi in pazienti infettati con Sars-Cov-2. 

Se le cose stanno così, ma la certezza ancora non si ha, il traguardo dell’immunità di gregge non è un’illusione. 

«Se è vero - afferma Lipsitch - che l'infezione provoca immunità nella maggior parte o in tutti gli individui e che la protezione dura un anno o più, l'infezione di un numero crescente di persone in una determinata popolazione porterà alla formazione della cosiddetta immunità di gregge. Man mano che aumenta il numero delle persone immuni al virus, un individuo infetto ha sempre meno possibilità di entrare in contatto con una persona suscettibile alle infezioni». Se il gregge di persone immuni diventasse così ampio da impedire a una singola persona di infettarne più di una, i casi di contagi calerebbero e l’epidemia si auto-esaurirebbe senza interventi esterni, almeno per un certo periodo di tempo. 

A che punto siamo rispetto all’immunità di gregge?

L’incertezza dei dati sui contagiati e sui guariti non permette di fare stime precise. Se fossero vere alcune proiezioni statistiche, non ancora validate dalla comunità scientifica, secondo le quali il numero di casi di Covid-19 nella popolazione potrebbe essere fino a cento volte o anche mille volte superiore a quello ufficiale, l’immunità di gregge potrebbe essere più abbordabile. 

Ma nel caso in cui, come suggerisce uno studio cinese (non ancora sottoposto a peer-review), l’immunità dopo l’infezione non sia così scontata, ma si verifichi solo in alcuni casi, la possibilità che il virus smetta di circolare si allontana. 

L’idea di Lipsitch è che molto probabilmente gran parte della popolazione nel mondo è ancora suscettibile al virus e l’immunità di gregge è ancora di là da venire. «Attualmente è ragionevole assumere  che solo una minoranza della popolazione mondiale è immune al Sars-Cov-2, anche nelle aree maggiormente colpite», afferma Lipsitch. 

La caccia agli anticorpi

Come fare per sapere a che punto della storia ci troviamo? Se siamo vicini o lontani dall’immunità di gregge? A questo punto entrano in gioco i test sierologici. 

Come per tutti gli esami diagnostici la loro affidabilità dipende da due parametri: sensibilità e specificità. Che in questo caso significa: capacità di individuare gli anticorpi di Sars-Cov-2 ogni volta che sono presenti e accuratezza nel distinguerli da altri anticorpi indotti da infezioni di virus correlati. 

Una volta individuati gli anticorpi però resta aperta la questione della loro effettiva capacità di proteggere l’organismo da nuove infezioni e di limitare il contagio ad altri. Questa è una questione chiave che permetterebbe di capire quanto manca all’immunità di gregge e che consentirebbe di riconoscere le persone che possono tornare a fare una vita sociale normale senza rischio per sé e per gli altri. Serviranno studi epidemiologici ad hoc per verificare se l’ipotesi di Lipsitch dell’immunità di un anno corrisponde alla realtà.

Il dilemma: ci si può ammalare di nuovo?

Il discorso sull’immunità di gregge è rassicurante e convincente, ma deve fare i conti con una questione spinosa: la possibilità di reinfettarsi. 

I Centers for Disease Control and Prevention della Corea del Sud hanno recentemente segnalato 91 casi di pazienti colpiti da Covid-19, guariti con tampone negativo e risultati nuovamente positivi in un secondo momento. Certamente la possibilità di una nuova infezione in così poco tempo metterebbe in crisi l’ipotesi dell’immunità conferita dal Sars-Cov-2. C’è però la possibilità che il test condotto nel corso dell’infezione abbia dato un risultato “falso negativo” o che l’infezione si sia sopita e poi si sia riacutizzata in un secondo momento. Questo andamento altalenante  dell’infezione non è da escludere dato che si riscontra in altre malattie infettive come la tubercolosi. 

Se l’immunità diventa un boomerang

In alcuni casi può accadere che l’immunità acquisita con l’infezione provocata da un virus invece di proteggere da nuove infezioni le renda più acute. Questo fenomeno potrebbe rendere la ricerca del vaccino contro Sars-Cov-2 più complicata. Per fortuna però le ricerche sulla Sars e sulla Mers hanno fornito informazioni utili su come evitare questo effetto boomerang dell’immunizzazione.

«In queste difficili circostanze, posso solo sperare che questo articolo appaia obsoleto molto presto, perché in breve tempo si possa sapere molto più sul coronavirus di quanto si sappia al momento», afferma Lisitch.