Ci si può fidare degli studi sui farmaci antitumorali?

L’analisi

Ci si può fidare degli studi sui farmaci antitumorali?

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Dallo studio è emerso che i trial che misurano la sopravvivenza dei pazienti, non solo forniscono informazioni più importanti per i malati (quanto tempo di vita riusciranno a rosicchiare alla malattia), ma sono anche "tecnicamente" meglio condotti. 
di redazione

Il puzzle è perfetto, tutti i pezzi combaciano e lo scenario rappresentato è ben riconoscibile. Ma c’è stata qualche forzatura, se pur minima, per ottenere quel risultato? Nel caso dei trial clinici che hanno portato all’approvazione di nuovi farmaci, la domanda viene riformulata così: esiste il rischio di bias negli studi che hanno permesso l’ingresso di un farmaco nel mercato? Quel puzzle ben confezionato, pieno di dati all’apparenza solidi e inconfutabili come è stato disegnato, assemblato e alla fine interpretato bene? 

Secondo un'analisi pubblicata sul British Medical Journal c’è il forte sospetto che circa la metà dei trail clinici che hanno portato all’approvazione di nuovi farmaci oncologici da parte dell’Ema tra il 2014 e il 2016 siano stati in qualche modo e in qualche fase del percorso, volontariamente o involontariamente, troppo “condizionati” dallo scopo che si prefiggevano, arrivando ad amplificare i risultati sull’efficacia dei trattamenti. 

Una serie di “elementi di disturbo” capaci di deviare il corso naturale degli eventi possono spuntare indifferentemente nella fase di progettazione, di conduzione o di analisi dello studio. E compromettere l’oggettività dei risultati. 

Gli autori dell’indagine ammettono però che la complessità dei trial clinici rende molto difficile liberarsi del tutto di queste influenze. 

Non basta scegliere la procedura con le maggiori garanzie di imparzialità per essere sicuri di confezionare una botte di ferro a prova di bias. I trial clinici randomizzati e controllati, il gold standard delle sperimentazioni, non sono necessariamente fuori rischio.

Gli autori dello studio hanno concentrato l’attenzione su 32 nuovi farmaci oncologici approvati dall’Ema tra il 2014 e il 2016 sulla base di 54 studi, 41 dei quali erano stati realizzati secondo i crismi della perfetta sperimentazione, con procedura randomizzata e controllata (assegnazione casuale dei pazienti nei gruppi sperimentale e di controllo, farmaco contro placebo). 

Solamente il 26 per cento dei trial clinici (10) hanno misurato la sopravvivenza dei pazienti come obiettivo principale dello studio (endpoint primario). Tutti gli altri hanno presentato prove indirette, surrogate, dei benefici clinici del farmaco. È su questi casi che i ricercatori pongono soprattutto l'accento: anche se ben condotti, questi studi non sono in grado di dimostrare con certezza che la nuova terapia è effettivamente in grado di allungare la vita del paziente o di migliorarne la qualità. Anche se, c'è da dire, forniscono forti indizi che sia effettivamente così.

Non solo: quasi la metà dei trial clinici che hanno condotto all’approvazione delle nuove medicine contro il cancro, secondo i ricercatori, sono ad alto rischio di bias per difetti nella progettazione, nelle modalità di conduzione della sperimentazione o nell’analisi dei dati. 

Inoltre, sottolinea il team, è emerso che gli studi che prevedevano la valutazione della sopravvivenza generale avevano meno rischi di bias rispetto a quelli che ricorrevano a misure surrogate per dimostrare l’efficacia del prodotto in termini di anni di vita guadagnati. 

In sostanza, i trial che misurano la sopravvivenza dei pazienti, non solo forniscono informazioni più importanti per i malati (quanto tempo di vita riusciranno a rosicchiare alla malattia), ma sono anche "tecnicamente" meglio condotti. 

Alla luce di questi risultati, i ricercatori non arrivano ad accusare l’Ema di eccessiva disinvoltura nell’approvazione dei farmaci, ma invitano ad alzare l’asticella dei requisiti della valutazione. Per ora si sono infatti limitati a sollevare un sospetto, parlando esclusivamente di “rischio di bias”, di probabili falle del percorso sperimentale i cui effetti però sono ancora tutti da dimostrare: è possibile, infatti, che quei problemi individuati dagli autori nei trial clinici non siano rilevanti dal punto di vista dei risultati degli studi. 

Nonostante questo, i ricercatori invitano gli esperti di politiche sanitarie, gli scienziati e i medici a considerare attentamente il rischio di bias nei trial clinici su cui si basano le decisioni degli enti regolatori per essere certi di fornire ai pazienti farmaci realmente in grado di offrire benefici sulla salute e non caricare sui sistemi sanitari i costi esorbitanti di terapie di incerta efficacia.