Ci siamo già incontrati prima? La capacità di ricordare le persone dipende dalla serotonina

Lo studio

Ci siamo già incontrati prima? La capacità di ricordare le persone dipende dalla serotonina

Uno studio sui topi ricostruisce il meccanismo con cui si fissa il ricordo di un individuo appena incontrato. Tutto dipende dalla serotonina. Se la volta successiva lo si riconosce vuol dire che il sistema di rilascio della serotonina ha funzionato. In caso contrario, qualcosa è andato storto

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Immagine: Alejandro Escamilla alejandroescamilla, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione

Scambiare volti nuovi per vecchie conoscenze, oppure, al contrario, non riconoscere persone già incontrate in passato. Succede e il più delle volte non c’è da preoccuparsi. Nel caso in cui si vogliano evitare gaffe bisognerebbe agire sulla regolazione della serotonina. Perché secondo uno studio appena pubblicato su Nature il neurotrasmettitore noto principalmente come responsabile del buon umore gioca un ruolo chiave nel mantenere il ricordo delle persone con cui entriamo in contatto per la prima volta. Stimolando il sistema di rilascio della serotonina si può fare in modo che il ricordo delle nuove conoscenze resti impresso più a lungo. 

Gli studi condotti sui topi che hanno chiarito il meccanismo con cui si forma la cosiddetta “memoria sociale” servono a qualcosa di più che a evitare situazioni imbarazzanti. Chi soffre di disturbi psichiatrici come la depressione o il trauma da stress post traumatico confonde spesso le persone e associa erroneamente determinate emozioni ad alcuni volti rischiando, detto banalmente, di scambiare i buoni per i cattivi e alimentando lo stato di ansia in cui si trovano. Inoltre, la capacità di tenere a mente le nuove conoscenze è alla base della socialità ed è molto probabile che un suo potenziamento possa aiutare le persone affette da autismo a sviluppare relazioni interpersonali più soddisfacenti. 

Ecco perché i neuroscienziati guardano con interesse a quanto è stato osservato nei topi. I ricercatori hanno voluto scoprire cosa accade nel cervello degli animali quando un individuo incontra un suo simile per la prima volta. Qual è il meccanismo che scatta in quel momento e che permette di trasformare un perfetto sconosciuto in una conoscenza acquisita? L’attenzione degli scienziati si è concentrata su un gruppo di neuroni vicini a una struttura al centro del cervello, chiamata setto mediale, che hanno dimostrato di essere particolarmente attivi durante gli incontri sociali tra due animali sconosciuti.

Per verificare l’effettivo ruolo dei neuroni del setto mediale, gli scienziati hanno modificato geneticamente le cellule rendendole sensibili a due sostanze chimiche dagli effetti opposti, una in grado di attivarle e una di inibirle. I topi trattati con l’inibitore poco prima di un nuovo incontro si dimenticavano molto presto del loro simile, tanto che quando lo incontravano nuovamente si comportavano come se non lo avessero mai visto prima.

Al contrario, i topi che avevano ricevuto la sostanza attivante sviluppavano una super-ricordo del nuovo compagno di gabbia, al punto da riconoscerlo perfettamente anche 24 ore più tardi. 

Attraverso una serie di esperimenti, i ricercatori hanno dimostrato che al momento delle “presentazioni” i neuroni che producono serotonina nel tronco cerebrale rilasciano la sostanza chimica neuromodulatoria in tutto il cervello. Una parte della serotonina in circolo va a stimolare i neuroni del setto mediale. Bloccando il rilascio di serotonina o inibendo la stimolazione del setto mediale si impedisce la formazione di nuovi ricordi sociali.

I ricercatori hanno dimostrato che i ricordi sociali potrebbero durare dieci volte più a lungo potenziando la segnalazione della serotonina durante il primo incontro, sia stimolando i neuroni che producono serotonina nel tronco cerebrale, sia iniettando direttamente un farmaco che attiva specifici recettori della serotonina nel setto mediale.

«Abbiamo identificato i neuroni che sembrano dire a un topo che sta interagendo con un nuovo animale con un odore diverso, un viso dall'aspetto diverso, una postura distinta, ecc. E che generano una nuova traccia di memoria per quell’individuo. Agendo su quell'attività neurale, aumentandola o diminuendola, siamo stati in grado di cambiare il modo in cui gli animali ricordavano questo nuovo individuo nelle occasioni di incontro successive», ha dichiarato Robert Malenka, professore di psichiatria e scienze comportamentali presso la Stanford University School of Medicine che ha guidato lo studio.