Colpire i macrofagi per battere la leucemia

Cancro

Colpire i macrofagi per battere la leucemia

Da cellule deputate a difendere l'organismo, i macrofagi si trasformano in distributori di benzina per le cellule tumorali. Interrompere il loro rapporto con nuovi farmaci, però, è in grado di arginare il tumore

redazione,

Dovrebbero combattere gli aggressori esterni fagocitandoli, invece i macrofagi, cellule del sistema immunitario normalmente deputate alla difesa dell’organismo dalle infezioni, alimentano le cellule tumorali nella leucemia linfatica cronica favorendone la crescita e la disseminazione. 

È uno dei risultati emersi da uno studio appena pubblicato sulla rivista Cell Reports e condotto in larga parte da ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Lo studio, finanziato dall’Associazione Italiana per la Ricerca contro il Cancro, ha permesso anche di identificare strategie terapeutiche innovative che mirano a colpire l’interazione dei macrofagi con le cellule leucemiche. 

La leucemia linfatica cronica colpisce ogni anno 10 persone su 100 mila, specialmente dopo i 60 anni, ed è caratterizzata dall’accumulo di linfociti B maligni nel midollo osseo, nel sangue e in diversi organi. Alcuni pazienti presentano un decorso cronico e indolente, mentre altri presentano una forma molto aggressiva per la quale al momento non esistono terapie efficaci. Sebbene all’origine della malattia vi siano alcuni eventi genetici, la progressione e la malignità dipendono strettamente dai segnali forniti dall’ambiente cellulare (il “microambiente”) che comprende diversi tipi di cellule, tra cui i monociti e i macrofagi.

Il gruppo, coordinato da Federico Caligaris-Cappio, già responsabile di un programma AIRC Molecular Clinical Oncology-5 per mille e ora direttore scientifico di AIRC, si è concentrata in questi anni sull’analisi molecolare e funzionale delle interazioni tra le cellule leucemiche e il microambiente, al fine di bloccare la progressione del tumore.

«Bloccare queste interazioni, solo in parte bersagliate dalle terapie convenzionali, rappresenta la chiave di volta per mettere a punto nuove terapie efficaci contro l’evoluzione del tumore», ha spiegato Caligaris-Cappio.

Il primo passo dei ricercatori è stato comprendere se i macrofagi fossero realmente in grado di sostenere la crescita delle cellule di leucemia linfatica cronica: «Abbiamo studiato lo sviluppo della leucemia in vari modelli sperimentali, osservando che la malattia non progredisce o addirittura regredisce in assenza dei macrofagi», ha illustrato Maria Teresa Sabrina Bertilaccio, ricercatrice presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore a contratto dell’Università Vita-Salute San Raffaele. «L’unicità dello studio sta nel potenziale traslazionale e terapeutico dei risultati ottenuti, poiché farmaci diretti contro i macrofagi sono attualmente in fase di sperimentazione clinica»,  ha aggiunto il primo autore della pubblicazione Giovanni Galletti, dottorando dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

Il secondo step della ricerca è stata sfruttare l’interazione cellulare tra i macrofagi e le cellule leucemiche come nuovo bersaglio terapeutico, combinando dei nuovi anticorpi monoclonali.

«L’eliminazione selettiva dei macrofagi tramite l’inibizione della molecola CSF1R, presente sulla superficie di queste cellule, è in grado di migliorare la sopravvivenza in modelli sperimentali, senza causare effetti collaterali», ha aggiunto Galletti. «La nostra speranza è che i pazienti affetti da malattie linfoproliferative possano beneficiare in futuro di questi nuovi approcci terapeutici», ha concluso Bertilaccio.

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