Covid-19 e la perdita di gusto e olfatto. Cosa sappiamo finora

In sintesi

Covid-19 e la perdita di gusto e olfatto. Cosa sappiamo finora

Su Nature il quadro delle conoscenze attuali. Il problema non è solo che si perdono sapori e odori, ma che quando olfatto e gusto tornano possono presentarsi deformati e quel che prima era gradevole ora è disgustoso. Sono allo studio trattamenti per riacquistare i sensi perduti

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Immagine: Metropolitan Museum of Art, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione

L’odore delle rose è gradevole, il sapore del limone è aspro, il peperoncino è piccante. È l’abc del gusto e dell’olfatto, il bagaglio minimo di odori e sapori che fornisce informazioni preziose sulla realtà esterna. Si vive anche senza, ma si vive male. Così la pensano tutte le persone che hanno sperimentato la perdita dei sensi del gusto e dell’olfatto in seguito all’infezione da Covid-19. Molti di loro a distanza di un anno dalla guarigione sono ancora insensibili alle sostanze chimiche responsabili di determinati sapori e odori. Il disturbo in questione è definito come perdita della chemestesia, la capacità di sperimentare le sensazioni scatenate da sostanze specifiche. Perché si manifesta? Quanto dura? Cosa si può fare per trattarlo? 

Tutto quello che sappiamo finora è stato sintetizzato in un articolo su Nature on line che inizia descrivendo un aspetto meno noto della sindrome post-Covid: non c’è solo il rischio di perdere il  senso dell’olfatto e del gusto, ma anche quello di percepire sensazioni deformate con odori e sapori un tempo gradevoli diventati disgustosi.

 

Quanto è diffusa l’anosmia da Covid?

Gli studi condotti finora dimostrano che la perdita dell’olfatto è piuttosto frequente. In una review dello scorso giugno che ha raccolto i dati di 8.500 persone affette da Covid-19, il 41 per cento aveva sperimentato la perdita dell’olfatto. In un esperimento condotto a Tehran su 100 persone con Covid, il 96 per cento dei partecipanti aveva fallito nel riconoscere odori ben distinti e il 18 per cento aveva perso completamente il senso dell’olfatto. Insomma, l’impatto di Covid-19 sull’olfatto è talmente diffuso che molti ricercatori hanno suggerito di utilizzare l’anosmia alla stregua di un test diagnostico. Uno studio pubblicato lo scorso ottobre ha dimostrato che le segnalazioni da parte dei pazienti di modifiche nell’olfatto o nel gusto erano indicatori affidabili della diffusione dell’infezione, ancora più precisi rispetto ad altri parametri scelti per monitorare l’andamento dei contagi come le visite al pronto soccorso. 

Perché Covid-19 compromette l’olfatto? 

Se ne sa ancora poco. Qualcosa è noto sul processo all’origine della perdita dell’olfatto, mentre mancano quasi del tutto informazioni sul meccanismo alla base della perdita del gusto. 

Sembra che il coronavirus agisca sui recettori del naso e non sul bulbo olfattivo del cervello. Più precisamente, Sars-Cov-2 colpisce le cellule sustentacolari, quelle che forniscono il supporto metabolico e fisico ai neuroni olfattivi del naso. Il virus, attaccando le cellule di sostegno ai neuroni, di fatto lascia i neuroni olfattivi sprovvisti di sostanze nutritive mettendoli quindi fuori azione.

Un gruppo di ricercatori italiani ha però suggerito un altro meccanismo per spiegare la perdita di olfatto nei pazienti con Covid-19. Gli scienziati hanno infatti osservato che i disturbi dell’olfatto e del gusto sono accompagnati da un aumento dei livelli ematici di una molecola di segnalazione dell'infiammazione chiamata interleuchina-6. Potrebbe darsi quindi che l’anosmia sia una conseguenza di un processo infiammatorio. 

Quanto tempo ci vuole per riacquistare i sensi perduti?

Secondo i dati di uno studio dello scorso luglio, il 72 per cento delle persone con Covid-19 che aveva sofferto di una disfunzione olfattiva aveva recuperato la capacità di riconoscere gli odori solo dopo un mese, così come l’84 per cento delle persone con disfunzione del gusto. Ma in alcuni casi il recupero dei sensi può riservare spiacevoli sorprese. Alcune persone provano sensazioni sgradevoli quando vengono esposte ad odori un tempo graditi. È un fenomeno di alterazione dell’olfatto chiamato  parosmia. In altri casi l’anosmia può durare mesi e non è ancora chiaro il perché, ma viene ipotizzato un danno permanente ai neuroni olfattivi. 

Una vita senza sapore

A parte il rischio di non accorgersi della presenza nell’aria di una sostanza tossica perché non se avverte l’odore o di consumare un cibo avariato perché non ne si avverte il saporaccio, ci sono ripercussioni psicologiche non banali. Gli odori e i sapori sono una componente importante dei processi di ricompensa che rendono piacevoli le esperienze di tutti i giorni. Basti pensare a quanto possa essere appagante il sapore del cibo o l’odore di un neonato per la sua mamma. 

Tanto che si sta cercando in tutti i modi di individuare trattamenti efficaci per recuperare i sensi perduti. Una delle strategie più diffuse è il cosiddetto “smell training”, un allenamento dei sensi che serve per insegnare nuovamente ai recettori a riconoscere gli odori e i sapori. 

Un gruppo di ricercatori della Virginia Commonwealth University di Richmond sta anche sviluppando un impianto olfattivo, un dispositivo inserito nel naso in grado di percepire le sostanze chimiche odorose e di inviare segnali elettrici al cervello. Ma il suo impiego nella clinica è ancora di là da venire.