Covid-19: una proteina nel sangue predice la malattia grave

Lo studio

Covid-19: una proteina nel sangue predice la malattia grave

Uno studio su oltre 2.500 pazienti ricoverati per Covid suggerisce che il livello di antigeni di Sars-Cov-2 al momento dell’ingresso in ospedale sia una biomarcatore affidabile della prognosi. Livelli più elevati di antigene plasmatico sono associati a complicanze e degenza prolungata

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Immagine: NIH Image Gallery from Bethesda, Maryland, USA, Public domain, via Wikimedia Commons
di redazione

I livelli dela proteina nucleocapside (la cosiddetta proteina N) di Sars-Cov-2 presente nel sangue dei pazienti ricoverati per Covid-19 al momento dell’ingresso in ospedale può essere un indicatore del rischio di complicanze. Una elevata quantità delle proteine virali introdotte nell’organismo con l’infezione è infatti associata a una maggiore gravità dei sintomi.

Lo dimostra uno studio condotto in 114 centri di 10 Paesi pubblicato su Annals of Internal Medicine.

I ricercatori hanno analizzato i livelli della proteina in 2.540 adulti ricoverati in ospedale per infezione acuta da Sars-CoV-2 che manifestavano i sintomi della malattia da non più di 12 giorni per valutare l'associazione del livello di antigeni con la successiva prognosi a breve termine.

La proteina era rilevabili in oltre il 95 per cento dei partecipanti e il livello misurato era altamente associato sia alla gravità della malattia polmonare al momento del ricovero che agli esiti della malattia nel periodo successivo. Maggiore era il livello di antigeni, maggiore era il rischio di peggioramento polmonare entro il quinto giorno dal ricovero e e maggiori erano le probabilità di una permanenza in ospedale superiore ai 28 giorni.

L’associazione era valida indipendentemente dalla gravità della malattia al momento del ricovero. I pazienti con livelli elevati dell’antigene virale erano per lo più di sesso maschile, un dato in linea con quanto osservato finora, ossia il maggior rischio di Covid grave nella popolazione maschile. Il livello dell’antigene plasmatico era più basso nei pazienti ricoverati da più giorni e con una maggiore esposizione all’antivirale remdesivir al momento dell’arruolamento. Inoltre i pazienti infettati dalla variante Delta avevano livelli dell’antigene superiori a quelli infettati con le varianti precedenti. Lo stato anticorpale faceva la differenza: i partecipanti negativi agli anticorpi antispike avevano un livello di antigene plasmatico 6,42 volte superiore a quello dei pazienti con stato anticorpale positivo. I ricercatori ipotizzano che i livelli di antigene nel sangue siano probabilmente un indicatore della replicazione virale in corso e che potrebbero essere utili per prevedere la progressione della malattia e i probabili esiti successivi al ricovero. Analizzare i livelli di antigen potrebbe servire a individuare i pazienti con maggiori probabilità di beneficiare delle terapie antivirali. 

«In conclusione, questa ampio studio multicentrico conferma che l'antigene virale plasmatico può essere quantificato all’inizio nei pazienti ospedalizzati e che è altamente associato sia alla gravità della malattia al momento del ricovero che agli esiti clinicamente importanti dei pazienti. Poiché il livello dell'antigene plasmatico è associato allo stato anticorpale, al tempo trascorso in ospedale e all'esposizione alla terapia antivirale, è probabile che rifletta la reale replicazione virale. Questi risultati suggeriscono che è necessario un approccio di medicina di precisione agli studi clinici sul Covid-19 ospedaliero, e che c’è una parte sostanziale di pazienti ricoverati in ospedale con infezione acuta da Sars-CoV-2 che potenzialmente più propensa a beneficiare della terapia antivirale. L'antigene plasmatico è un biomarcatore pratico e clinicamente significativo per i pazienti ospedalizzati con COVID-19», concludono i ricercatori.