Covid-19: la terapia con il plasma convalescente scatena le varianti?

Il dubbio

Covid-19: la terapia con il plasma convalescente scatena le varianti?

Il trattamento con il plasma iperimmune nei pazienti con sistema immunitario compromesso potrebbe favorire l’insorgere di mutazioni resistenti. Il sospetto si fonda su un paziente che ha sviluppato la variante inglese dopo il trattamento con il plasma. Per ora è solo un’ipotesi. Il caso su Nature

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Immagine: DiverDave, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Così fan tutti: i virus mutano. È normale, è prevedibile, è la natura che fa il suo corso. L’ipotesi con cui abbiamo spiegato finora la diffusione delle varianti del virus Sar-Cov-2, da quella inglese, alla brasiliana, alla sudafricana, viene ora messa in discussione da un caso clinico discusso sulle pagine di Nature. Un paziente affetto da Covid-19 avrebbe sviluppato alcune varianti del virus, inclusa quella inglese B117, non per vie naturali ma dopo essere stato sottoposto al trattamento con plasma convalescente. Potrebbe essere stata la terapia con gli anticorpi delle persone guarite ad aver innescato le mutazioni del coronavirus?

Va specificato che la congettura si basa su un caso singolo, significativo ma non ancora dimostrativo, e che lo studio che lo descrive non ha ancora completato la fase di revisione. Per cui, è bene sottolinearlo, siamo nell’ambito di un’ipotesi. 

Un uomo di 70 anni che nel 2012 era stato sottoposto a chemioterapia per il trattamento di un linfoma, lo scorso maggio viene ricoverato nel Regno Unito perché affetto da sepsi. Una settimana dopo il ricovero risulta positivo a Sars-Cov-2. Viene dimesso e poi ricoverato nuovamente alla fine di giugno per i sintomi di Covid-19. La cura consiste in antibiotici, steroidi, l’antivirale remdesivir e nell fase avanzata anche il plasma convalescente. I ricercatori hanno raccolto campioni virali dal paziente per 23 volte. Durante i primi 57 giorni, quando le terapie si erano fermate al remdesivir, gli scienziati avevano trovato pochi cambiamenti significativi nella popolazione virale. Ma dopo i cicli di terapia con il plasma convalescente si è osservato uno scenario del tutto diverso con la comparsa di mutazioni nuove. Inizialmente il sierotipo virale del paziente mostrava una mutazione segnalata per la prima volta in Cina (una sostituzione D614G nella proteina spike) ma dopo poche settimane la variante inglese B117 gli aveva rubato la scena diventando prevalente. 

Dalle analisi è emersa «una suscettibilità di questi virus al plasma convalescente contenente anticorpi policlonali ridotta di due volte». Gli autori dello studio ritengono improbabile che l’evoluzione virale si verifichi nei pazienti con un sistema immunitario efficiente. «In questi casi è probabile che la diversità virale sia inferiore a causa di un migliore controllo immunitario», spiegano i ricercatori. 

I ricercatori non credono che il loro paziente sia il primo ad aver sviluppato la variante inglese e che l’abbia trasmessa ad altre persone. Piuttosto ritengono possibile che il trattamento con plasma convalescente in persone immunocompromesse scateni le varianti resistenti. Questo meccanismo potrebbe ripetersi in altri pazienti con deficit immunitario. 

In questi casi, con un sistema immunitario poco efficiente, gli anticorpi somministrati attraverso il plasma convalescente non troverebbero un sostegno valido nei linfociti T tossici che dovrebbero eliminare le cellule infette e si creerebbero così le condizioni ideali per lo sviluppo di mutazioni. 

Secondo i ricercatori quindi la terapia al plasma convalescente non dovrebbe essere somministrata ai pazienti con un sistema immunitario compromesso né a quelli con casi gravi di Covid-19. 

«I dati di questo singolo caso clinico potrebbero giustificare cautela nell'uso del plasma convalescente in pazienti con immunosoppressione sia dei linfociti T che dei linfociti B», hanno scritto gli autori dello studio.