Covid-19: tutto è iniziato al mercato di Whuan

La ricostruzione

Covid-19: tutto è iniziato al mercato di Whuan

Differenti varianti di Sars-Cov-2 sono passate da animale (non si sa quale) a uomo in più occasioni nel mercato di Whuan in Cina tra novembre e dicembre. Una di queste ha preso il sopravvento e innescato la pandemia. Questa è a oggi la ricostruzione più affidabile dell’origine di Covid-19

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Immagine: Skoleopgave1, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

La pandemia è partita dal mercato ittico di Huanan nella città di Whuan in Cina. L’ipotesi era già credibile lo scorso febbraio. All’epoca però i due studi che la proponevano erano in versione pre-print e, come da protocollo, venivano accompagnati dal consueto invito alla cautela: i dati dovevano ancora passare al vaglio della peer review. Oggi, dopo l’aggiunta di nuove analisi, il beneplacito della comunità scientifica che ha preso visione dei dati giudicandoli affidabili e la pubblicazione ufficiale su Science, la dettagliata ricostruzione del focolaio iniziale di Covid-19 diventa difficilmente contestabile. Nessuno degli scenari alternativi, compresa la fuga del virus dal laboratorio, può vantare una analoga attendibilità scientifica. 

Nel primo studio, guidato da Michael Worobey e Kristian Andersen della Scripps Research Institute di La Jolla di San Diego in California, i ricercatori hanno mappato i contagi del primo mese di pandemia (dicembre 2019), riuscendo a risalire agli spostamenti dei 174 casi registrati dall’Oms in quel periodo, 155 dei quali ruotavano intorno al mercato di Huanan: si trattava di persone che lavoravano all’interno della struttura o vivevano nei paraggi. È così che il cerchio si è stretto intorno ai banchi del mercato che ospitavano animali vivi, qualcuno dei quali deve essere stato responsabile dello spillover (probabilmente più di uno) che ha innescato l’epidemia poi diventata globale. Il paziente zero con molta probabilità era un venditore di fauna selvatica del mercato che ha poi trasmesso il virus alle persone con cui è entrato in contatto. 

Gli scienziati hanno anche esaminato campioni prelevati dal pavimento e dalle gabbie del mercato successivamente alla chiusura della struttura, scoprendo che i campioni risultati positivi al Sars-CoV-2 provenivano dai banchi che vendevano fauna selvatica viva, tra cui volpi rosse, tassi suini e cani-procione situati nella zona occidentale del mercato. È interessante notare che tutti questi animali sono stati riconosciuti in seguito come infettabili da Sars-Cov-2. 

Secondo gli autori del secondo studio, all’origine della pandemia ci sono stati almeno due differenti lignaggi di Sars-Cov-2, denominati A e B probabilmente derivati da due infezioni separate da animale a uomo, tra novembre e dicembre del 2019. È probabile che altri casi di infezione da animali vivi a esseri umani siano avvenuti nel mercato di Whuan ma che siano passati inosservati. In base questa ipotesi, il mercato ittico potrebbe essere stato una sorta di palestra per il nuovo coronavirus che deve aver tentato differenti strategie di infezione tramite diverse varianti prima di arrivare a quella di maggior successo. Gli scienziati si sono avvalsi della tecnica dell’orologio molecolare, una tecnica di analisi che permette di usare le mutazioni nel Dna per andare indietro nel tempo e ricostruire la storia degli organismi viventi, in questo caso il virus Sars-Cov-2. I risultati suggeriscono che all’origine della pandemia ci siano state infezioni multiple da parte di diverse varianti e che una tra queste abbia preso infine il sopravvento sulle altre innescando l’emergenza sanitaria che ha causato finora oltre 6 milioni di morti nel mondo. 

I due studi forniscono materiale sufficiente per poter finalmente scrivere l’incipit della storia di Covid-19: l’epidemia è stata innescata tra novembre e dicembre del 2019 da differenti salti di specie dagli animali vivi agli esseri umani nel mercato di Huanan, nell’area occidentale, per la precisione. Probabilmente gli animali del mercato erano stati infettati in precedenza da pipistrelli portatori di coronavirus. È chiaro quindi, sottolineano gli scienziati, che per la prevenzione di nuove epidemie si debbano limitare il più possibile i contatti tra gli uomini e gli animali selvatici.