Ebola: dopo quarant’anni dall’infezione i sopravvissuti producono ancora anticorpi efficaci

La scoperta

Ebola: dopo quarant’anni dall’infezione i sopravvissuti producono ancora anticorpi efficaci

Una ulteriore conferma all’ipotesi dell’immunizzazione a vita
redazione

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Nurse-nun visits graves of victims of 1976 Zaire Ebola outbreak, By CDC/ Dr. Lyle Conrad [Public domain], via Wikimedia Commons

Ebola colpisce una volta e poi mai più.  E non solo perchè è letale in più del 50 per cento dei casi. Ma anche perchè sembrano sempre più convincenti le prove che dimostrano che l’infezione provocata dal virus procura a chi le sopravvive un'immunità per tutta la vita.

Le prove di questa ipotesi, pubblicate sul Journal of Infectious Disease, arrivano da Yambuku un piccolo villaggio della Repubblica Democratica del Congo. Yambuku non è un posto a caso: è l'epicentro di una delle due epidemie di ebola verificatesi in Africa nel 1976 in cui fu per la prima volta identificato il virus ebola. 

Delle 318 persone infettate a Yambuku 280 morirono, quasi il 90 per cento.

Cosa ne è stato dei sopravvissuti? 

L’epidemiologa Ann Rimoin dell’University of California di Los Angeles, che lavora in un laboratorio del Congo da 15 anni, ha avuto l’idea di rintracciarli per saperne di più della loro salute.  E così ha organizzato una missione nel 2014 coinvolgendo i colleghi che nel lontano 1976 avevano affrontato la crisi sanitaria africana. Faceva parte del gruppo anche Peter Piot, co-scopritore del virus Ebola. Nessuno era andato così tanto indietro nel tempo. Qualche studio aveva indagato la risposta immunitaria dei sopravvissuti a un’infezione contratta 11 anni prima, ma non ci sono analisi che risalgono a periodi precedenti.

Ad aiutare gli scienziati nell’impresa è intervenuto uno dei sopravvissuti dell’epidemia del 1976, Sukato Mandzomba, un tecnico di laboratorio che ancora lavora nell’ospedale di Yambuku. 

I ricercatori sono riusciti, dopo varie traversie, a rintracciare i sopravvissuti a Ebola, uomini e donne tra i 55 e gli 86 anni che hanno consentito a donare alla ricerca i loro campioni di sangue. I risultati della analisi sono stati pubblicati sul Journal of Infectious Disease. Nel sangue dei sopravvissuti, dopo quarant’anni dall’infezione, sono stati trovati gli anticorpi al virus, tanto potenti da poter proteggere da una nuova infezione. «Avevo immaginato che avremmo trovato qualche risposta nell’organismo», dice Gene Olinger, immunologo del MRIGlobal di Frederick nel Maryland che ha condotto alcuni test di laboratorio. «Ma non pensavo che avremmo visto degli anticorpi capaci di neutralizzare il virus».  Ma Gene Olinger,  che ha a lungo studiato la diffusione del virus tra le scimmie e ha assistito a casi di seconde infezioni dopo una guarigione, non crede che la protezione a vita sia garantita universalmente. 

La nuova sfida per i ricercatori sarà infatti capire se l’immunizzazione è un “dono” che viene assegnato a tutti, una volta entrati a contatto con il virus, oppure se si presenta solo in alcuni casi e perché. Inoltre, gli scienziati saranno impegnati a studiare le conseguenze a lungo termine sulla salute dell’infezione. Questi studi potrebbero portare anche allo sviluppo di nuove medicine. 

Nel frattempo, i risultati ottenuti dagli epidemiologi, hanno indubbiamente regalato una speranza alle 17 mila persone nell’Africa dell’Ovest che hanno contratto il virus tra il 2013 e il 2016 e sono ancora vive.