L’enzima ammorbidente che ripara le lesioni della cornea

La speranza

L’enzima ammorbidente che ripara le lesioni della cornea

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Applicando nelle aree irrigidite della nicchia dove risiedono le staminali piccole dosi dell'enzima collagenasi il tessuto riacquista flessibilità favorendo la funzione riparatrice delle staminali. 
di redazione

Riparare le lesioni alla cornea con un “ammorbidente”. È la rivoluzionaria proposta di un gruppo di scienziati della Newcastle University lanciata sulle pagine di Nature Communications. Ma chiaramente deve essere spiegata in maniera più rigorosa: i ricercatori hanno scoperto che rendendo più morbido il tessuto che ospita le cellule staminali della cornea se ne favorisce la riparazione, evitando la perdita della vista. Sembra infatti che un ambiente “soffice” sia fondamentale per la riproduzione e il rinnovamento delle staminali. La sostanza usata come “ammorbidente” è un enzima della famiglia dei collagenasi e, se dovesse mantenere le sue promesse, potrebbe rappresentare una nuova speranza di cura per le circa 500mila persone che ogni anno perdono la vista per lesioni gravi provocate soprattutto da incidenti con sostanze chimiche.

I ricercatori hanno analizzato, grazie a potenti microscopi, le proprietà fisiche dei tessuti dell’occhio ottenendo immagini a elevata risoluzione. 

Da queste analisi è emerso che la “nicchia” che ospita le cellule staminali è un ambiente molto più morbido rispetto al resto dell’occhio. 

Gli scienziati hanno scoperto che se il tessuto popolato dalle staminali diventa più rigido, le cellule maturano in fretta perdendo la capacità di autorinnovarsi e di riparare i danni della cornea. Da qui è nato il sospetto che la consistenza del tessuto fosse una caratteristica cruciale    del processo di guarigione. 

La cornea è lo strato più esterno dell’occhio umano. Esattamente come la pelle è costituita da vari strati di epitelio che assicurano una difesa contro l’invasione di agenti esterni. Se la lesione non è troppo profonda l’epitelio corneale viene riparato dalle cellule staminali raggruppate nell’area periferica del tessuto che rapidamente si evolvono in cellule epiteliali e si dirigono nel luogo del danno per ripararlo. 

Quando invece la lesione raggiunge la nicchia dove risiedono le staminali, il processo di guarigione è seriamente compromesso. 

Ma non per le ragioni che si sono pensate finora. Secondo i ricercatori inglesi infatti nei casi più gravi la riparazione diventa impossibile non perché vengono uccise le staminali, ma perché l’esposizione alle lesioni irrigidisce il tessuto della nicchia bloccando l’azione delle staminali, favorita invece da un ambiente morbido. 

«La nostra ricerca dimostra che le cellule staminali corneali crescono meglio in ambienti più soffici. Vogliamo ora sfruttare questa conoscenza e testare questo approccio nei pazienti, utilizzando la terapia di modulazione biomeccanica per ricreare gli ambienti più adatti a fare prosperare le cellule staminali corneali ogni volta che la loro nicchia viene compromessa da lesioni o malattie», ha dichiarato Che Connon, a capo dello studio.

Così, in collaborazione con gli scienziati dell’Università del Missouri, il team di Newcastle ha messo a punto un prototipo di terapia in grado di ripristinare la funzione delle cellule staminali compromessa da una ustione della cornea. La sperimentazione è stata condotta in laboratorio su tessuti corneali vivi. Dopo aver applicato nelle aree irrigidite della nicchia dove risiedono le staminali piccole dosi di collagenasi, enzima con proprietà ammorbidenti, il tessuto ha riacquistato la sua flessibilità favorendo la funzione riparatrice delle staminali. 

Ma una terapia che agisce sulla consistenza dei tessuti potrebbe rivelarsi utile anche in altri ambiti medici, oncologia in primis. Studi recenti hanno infatti dimostrato che le caratteristiche fisiche di un tumore sono associate alla sua aggressività e alla possibilità di generare metastasi.