Fidarsi o non fidarsi? Il nostro giudizio sugli estranei dipende da esperienze passate

Psicologia

Fidarsi o non fidarsi? Il nostro giudizio sugli estranei dipende da esperienze passate

Se lo sconosciuto somiglia a una persona affidabile conosciuta in precedenza avrà la nostra fiducia
redazione

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Il cervello umano funziona come quello del cane di Pavlov. Così il nostro giudizio morale su uno sconosciuto si basa sull’associazione con individui simili: se ci ricorda una persona affidabile, allora gli diamo fiducia.

Da qualcuno accetteremmo persino le caramelle, da altri neanche un saluto. Gli sconosciuti non sono tutti uguali: di qualcuno ci fidiamo di più, di altri di meno. Come mai? Un recente studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences ha scoperto che il cervello sceglie a chi dare fiducia in base a una automatica associazione: ci fidiamo delle persone che ci ricordano qualcuno che si è dimostrato affidabile in passato e guardiamo con sospetto, invece, chi somiglia a persone che non si sono guadagnate la nostra fiducia. Usiamo, cioè, lo stesso meccanismo di apprendimento per generalizzazione del celebre cane di Pavlov che mantiene lo stesso comportamento in presenza di stimoli simili. L’animale aveva imparato ad associare il suono del campanello alla carne che gli veniva offerta e così aveva iniziato a salivare anche in presenza del solo suono. La stessa reazione avveniva con suoni diversi dall’originale ma molto simili. 

Che il comportamento degli uomini somiglia a quello del cane di Pavlov, gli autori dello studio lo hanno scoperto con un semplice esperimento in due fasi. Gli scienziati hanno chiesto a un gruppo di persone una prova di fiducia in base alle fotografie di alcuni volti sconosciuti. I partecipanti dovevano decidere se affidare o meno il proprio denaro nelle mani del partner.

Il budget iniziale si sarebbe moltiplicato per quattro volte, ma l’altro concorrente poteva decidere se tenersi il malloppo oppure restituirlo con gli interessi. Alla fine del gioco, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di scegliere un nuovo partner per un secondo gioco. All’insaputa del campione coinvolto nello studio, i volti delle persone da selezionare erano stati modificati per somigliare vagamente ai concorrenti della precedente sfida. Ebbene, i partecipanti hanno scelto le persone che più somigliavano ai concorrenti dimostratisi affidabili nella prima partita e hanno evitato accuratamente di fare coppia con gli estranei che avevano tratti somatici in comune con le persone che si erano comportate  male. 

Dallo studio è emerso, quindi, che la fiducia negli sconosciuti dipende dalle associazioni con precedenti esperienze.  

In un successivo esperimento, gli scienziati hanno esaminato l’attività cerebrale degli individui nel momento in cui prendevano decisioni sulle persone estranee. Scoprendo che al momento di scegliere a chi dare fiducia, nel cervello si attivavano le stesse regioni coinvolte al momento di conoscere la persona per la prima volta, compresa l’amigdala, una regione che gioca un ruolo importante nell’apprendimento emotivo. Insomma, la prima impressione è quella che conta e che condiziona anche le successive nuove esperienze. 

«Prendiamo decisioni sulla reputazione di un estraneo - ha dichiarato Elizabeth Phelps  del dipartimento di psicologia alla New York University e autrice dello studio - senza alcuna informazione diretta o esplicita su di loro, ma in base alla loro somiglianza con altre persone che abbiamo incontrato in precedenza, anche quando non siamo consapevoli di questa somiglianza. Questo dimostra che il nostro cervello utilizza un meccanismo di apprendimento in cui le informazioni morali codificate dalle esperienze passate guidano le scelte future».