Il gene del maratoneta che ha permesso all'umanità di non estinguersi

Evoluzione

Il gene del maratoneta che ha permesso all'umanità di non estinguersi

Una mutazione genetica ha reso i nostri antenati capaci di percorrere grandi distanze
redazione

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La perdita di funzione di un singolo gene ha permesso agli esseri umani di sopportare la percorrenza di lunghe distanze. Il cambiamento è stato provvidenziale per la sopravvivenza della nostra specie costretta a inseguire le prede nella savana

Se gli esseri umani riescono a correre una maratona lo devono a una mutazione genetica avvenuta dai due ai tre milioni di anni fa. La perdita della funzione di un singolo gene, chiamato Cmah, ha permesso agli Homo sapiens di diventare i più abili runners su lunga distanza del regno animale. 

Quella mutazione è stata provvidenziale per la sopravvivenza della nostra specie al momento del passaggio dalle foreste alla savana. I nostri antenati infatti erano costretti a cacciare durante il giorno quando il caldo imponeva il riposo ai predatori e, in assenza di armi a lungo raggio d’azione,  non avevano altra possibilità che inseguire la preda fino a farla sfinire. Una battuta di caccia poteva durare ore e richiedeva gambe resistenti. I ricercatori della University of California San Diego School of Medicine hanno scoperto che all’origine della capacità di correre lunghe distanze c’è la perdita di funzione del gene Cmah già responsabile di altri mutamenti chiave della nostra specie come la riduzione della fertilità e la maggiore esposizione al rischio di cancro in seguito al consumo di carne rossa. La scoperta, annunciata sui Proceedings of the Royal Society B, è avvenuta grazie ad esperimenti sui topi. 

I ricercatori hanno osservato che i topi modificati geneticamente con l’eliminazione del gene Cmah aumentavano le performance di corsa su un tapis roulant (con aumento della velocità del 12 per cento e della distanza del 20 per cento), mostrando una maggiore resistenza allo sforzo fisico. Non solo: i muscoli degli animali rimanevano contratti più a lungo e l’ossigeno veniva distribuito nel corpo in modo più efficace. 

Tutto ciò deve aver offerto agli ominidi delle savane un vantaggio evolutivo cruciale permettendogli di correre ore dietro a una preda in spazi aperti ad elevate temperature. 

La perdita della funzione del gene Cmah ha provocato delle conseguenze che agli occhi dei non esperti potrebbero sembrare insignificanti. In realtà si tratta di piccoli ma sostanziali cambiamenti: la mutazione ha alterato il modo in cui gli esseri umani utilizzano l’acido sialico, che fa parte della famiglia delle molecole di zucchero che rivestono la superficie di tutte le cellule animali e che rappresentano il punto di contatto con altre cellule e l’ambiente circostante.

Con la mutazione del gene Cmha è cessata la produzione di un tipo di acido sialico (Neu5Gc) a favore di un altro tipo (Neu5Ac) che differisce dal primo per un solo atomo di ossigeno. Ebbene una differenza così piccola ha prodotto effetti tanto grandi cambiando l’aspetto di tutte le cellule del corpo umano. E questo processo sembrerebbe all’origine non solo della capacità umana di correre lunghe distanze ma anche di aspetti meno favorevoli per la nostra specie come la maggiore esposizione al rischio di cancro in seguito al consumo di carne rossa.