Glioblastoma: colpire una proteina per mettere i bastoni tra le ruote al cancro

Studio italiano

Glioblastoma: colpire una proteina per mettere i bastoni tra le ruote al cancro

Lavorando insieme, esattamente come le ruote di un treno e le rotaie, una coppia di proteine consente alle cellule tumorali di migrare dalla sede primaria e diffondersi nel cervello
redazione

È il più aggressivo tra i tumori cerebrali e la ragione è soprattutto legata alla capacità delle cellule staminali tumorali di migrare dal tumore e di diffondersi in diverse aree del cervello. Ma si affaccia una potenziale nuova strategia terapeutica che potrebbe cambiare l’approccio al trattamento del glioblastoma.

Un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e con l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma ha infatti individuato la molecola che rende possibile la migrazione delle cellule staminali tumorali. 

Si tratta di una proteina, l’integrina alfa 7 che, come le ruote di un treno, fa viaggiare le cellule staminali tumorali su una sorta di rotaie prodotte dalla laminina, una proteina che traccia dei percorsi per le cellule staminali che sono così in grado di invadere i tessuti cerebrali. 

Per arrivare a identificare l’integrina 7 alfa, i ricercatori dell’Università Cattolica hanno prodotto diverse migliaia di anticorpi contro le cellule staminali di glioblastoma. Uno di questi anticorpi ha mostrato una potente attività antitumorale, in grado di arrestare la migrazione delle cellule staminali, bloccando la crescita del glioblastoma. L’identificazione dell’integrina alfa 7 come il bersaglio di questo anticorpo ha poi permesso di comprendere i meccanismi cellulari e molecolari che consentono alle cellule staminali di migrare e invadere il cervello. Inoltre questa proteina agisce da recettore ed è indispensabile per la crescita delle cellule staminali del glioblastoma. 

Tanto che l’espressione di questo recettore è strettamente legato con la prognosi dei pazienti; è poco espresso nei gliomi di basso grado che per questo sono poco invasivi e maligni, mentre nei tumori di alto grado, i glioblastomi, è molto espresso e permette alle cellule staminali di proliferare e di invadere i tessuti circostanti e le zone cerebrali più lontane dal tumore. 

«Studi di questo tipo sono molto complessi e assai impegnativi per tutti i componenti del team di ricerca», ha commentato Roberto Pallini, dell’Unità Operativa Complessa di Neurochirurgia dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli di Roma. «Queste ricerche sull’integrina alfa 7 sono iniziate più di 4 anni fa con Ruggero De Maria presso l’Istituto Superiore di Sanità e hanno coinvolto 19 ricercatori appartenenti a diversi istituti di ricerca in Italia e all’estero. Tutto questo lavoro ha prodotto una scoperta assai importante sul piano biologico che però rappresenta solo un piccolo passo verso la cura definitiva di questo terribile tumore».

«In questi 4 anni di studio abbiamo individuato un importante bersaglio terapeutico delle cellule staminali del glioblastoma», ha aggiunto Ruggero De Maria, direttore dell’Istituto di Patologia Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordinatore dello studio. «Ora bisogna identificare il sistema più efficace per neutralizzare l’integrina alfa 7. In questo studio abbiamo prodotto un anticorpo in grado di bloccarla, ma gli anticorpi non raggiungono facilmente i tumori cerebrali a causa della barriera emato-encefalica. Stiamo decidendo - ha concluso De Maria - se procedere con lo sviluppo dell’anticorpo o se cercare di produrre un farmaco che inibisca l’integrina alfa 7 e che superi la barriera ematoencefalica in modo da ottenere una buona efficacia terapeutica».

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