Una goccia di sangue per scegliere il trattamento giusto per il tumore del colon

Lo studio

Una goccia di sangue per scegliere il trattamento giusto per il tumore del colon

di redazione

La diagnosi di cancro del colon. Poi, per quattro pazienti su cinque l’intervento chirurgico. In alcuni casi risolutivo. Ma in molti casi non sufficiente: spesso accade infatti che siano presenti micro-metastasi che non sono rilevabili agli esami radiologici che si eseguono prima e dopo la chirurgia. Di fronte a questa incertezza, e con il rischio che queste possibili micro-metastasi crescendo portino a una recidiva del tumore nel giro di due o tre anni, la maggior parte dei pazienti viene oggi trattata per precauzione con la cosiddetta chemioterapia adiuvante, anche se più della metà di loro non ne avrebbe bisogno.

Oggi è stato compiuto un primo passo per far sì che questo trattamento - che ha un importante impatto in termini di effetti collaterali e qualità di vita - sia riservato soltanto ai malati a cui può essere utile, risparmiandolo a tutti gli altri.

«Un test diagnostico che rivelasse la presenza delle micro-metastasi dopo la chirurgia ci permetterebbe di personalizzare la terapia adiuvante, restringendone l’uso ai soli pazienti che ne avessero davvero bisogno», spiega Silvia Marsoni, direttore dell’Unità di Oncologia di Precisione dell’Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (IFOM) di Milano,. 

Marsoni è tra i promotori dello studio Pegasus, un progetto di ricerca che si propone di raggiungere proprio questo obiettivo. Il progetto è  sostenuto da Fondazione AIRC nell’ambito del programma 5x1000 dedicato alle metastasi del cancro del colon-retto e coordinato da Alberto Bardelli, ordinario del Dipartimento di Oncologia dell’Università degli studi di Torino e direttore dell’Unità di Oncologia Molecolare presso l’Istituto di Candiolo FPO- IRCCS.

«Abbiamo individuato nella biopsia liquida lo strumento-guida ideale per orientare la scelta del trattamento post-chirurgico nei pazienti con tumore del colon», spiega Bardelli. «A partire da un semplice prelievo di sangue e sfruttando la genomica computazionale, riusciamo a individuare le “spie molecolari” della presenza di micrometastasi e a definire la successiva terapia. Grazie a Fondazione AIRC che ci ha sempre sostenuto nello sviluppo della biopsia liquida, oggi abbiamo quindi uno strumento cruciale per rendere più preciso il percorso terapeutico per ogni singolo paziente». 

Lo studio

Lo studio PEGASUS coinvolgerà 140 pazienti in cura in 8 istituti clinici: cinque in Italia (Istituto oncologico Veneto a Padova, Istituto nazionale dei tumori, ospedale Niguarda e Istituto Europeo di Oncologia a Milano,  San Martino a Genova) e tre in Spagna. Alla ricerca «parteciperanno persone che hanno subito un intervento chirurgico per un tumore del colon con caratteristiche di rischio che rendono necessaria una  chemioterapia post-chirurgica», spiega Andrea Sartore-Bianchi, oncologo medico responsabile dello studio PEGASUS presso il Cancer Center dell’Ospedale Niguarda di Milano. Nel dettaglio, pazienti ai quali sia stato diagnosticato un tumore operabile del colon di stadio III e II (T4N0), con almeno 18 anni di età, in buone condizioni cliniche, che abbiano eseguito un prelievo di sangue prima della chirurgia e che abbiano firmato il consenso informato presso uno dei centri in cui PEGASUS è attivo. A causa delle difficoltà nell’arruolamento causate dalla pandemia si aggiungeranno a breve altri due centri (Perugia e Ravenna). 

«Pegasus è uno studio estremamente interessante che consente un elevato coinvolgimento dei nostri pazienti per cercare di ridurre trattamenti inutili a coloro che fanno terapie per diminuire il rischio di recidive in una malattia», commenta Filippo de Braud, direttore del Dipartimento e della Divisione di Oncologia Medica ed Ematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «Inoltre – aggiunge il Dr. Filippo Pietrantonio, oncologo medico responsabile dello studio PEGASUS presso lo stesso Istituto e ricercatore presso l'Università degli Studi di Milano – nei pazienti reclutati viene effettuato un monitoraggio della presenza del DNA tumorale nel sangue per tutta la durata del percorso clinico-terapeutico, proprio per consentire di personalizzare la scelta terapeutica anche nel corso della strategia di cura».

«La ricerca del DNA del tumore all’interno del sangue del paziente stesso ci potrà dire se quel paziente ha un rischio maggiore di ricaduta e quindi necessita di un trattamento più intensivo, rispetto a un altro che non ha DNA tumorale circolante e quindi probabilmente ha bisogno di un trattamento meno intensivo», ha aggiunto Sara Lonardi, responsabile clinico dello studio PEGASUS, Dirigente Medico presso l’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova.

«Fondazione AIRC crede nella medicina di precisione guidata dalla ricerca scientifica. Pegasus è un eccellente esempio di come la ricerca possa portare a fare il meglio per ogni singolo paziente», conclude Federico Caligaris Cappio, direttore scientifico di Fondazione AIRC.