Se hai giocato con i Pokemon il tuo cervello è diverso

Neuroscienze

Se hai giocato con i Pokemon il tuo cervello è diverso

pokemon.jpg

Quando si mostrano immagini dei Pokémon a chi da piccolo ha giocato ai videogame che li vedono protagonisti si attiva una specifica area del cervello situata proprio dietro le orecchie.
di redazione

Su Nature Human Behavior, sembrerà strano, si parla di Pokémon. C’è chi non sa chi siano, chi riconosce a mala pena Pikachu, il più famoso del gruppo, e chi invece sa vita, morte e miracoli delle creature di varie generazioni e cita a memoria abilità e caratteristiche fisiche di Wobbuffet, Bulbasaur, Meowth e di centinaia di altri celebri protagonisti delle partite sul Game Boy. 

Ebbene, il cervello di persone adulte che da piccole o durante l’adolescenza hanno assiduamente giocato ai videogiochi con i Pokémon è “diverso” da quello di chi non ha condiviso lo stesso passatempo. Tanto che la risonanza magnetica riesce a distinguere le due categorie di individui.

Un gruppo di psicologi della Stanford University ha infatti scoperto che l’esposizione alle immagini dei Pokémon attiva alcune parti del cervello solo nelle persone che avevano frequentato il loro magico mondo da bambini. 

Succede perché il cervello in età giovanile assorbe informazioni che restano ancorate nelle sue pieghe per sempre. Ebbene sì, personaggi come Wobbuffet e Bulbasaur potrebbero nascondersi nei meandri del cervello di milioni di loro fan. 

È stato osservato nelle scimmie che l’esposizione da adulti ad oggetti con cui erano entrati in contatto nei primi anni di vita attiva alcune particolari aree del cervello. È come se il cervello riservasse alcune zone specifiche alle esperienze dell’infanzia. 

I ricercatori di Stanford hanno voluto verificare se vale lo stesso anche per gli esseri umani. E Jesse Gomez, che ha guidato lo studio, ha pensato che i Pokémon, il videogioco preferito della sua infanzia, avrebbero potuto aiutarlo a chiarire la questione.

L’ipotesi di partenza è la seguente: se la realtà che conosciamo nella prima infanzia è critica per lo sviluppo di specifiche aree del cervello, allora il cervello di Gomez stesso e di tutti gli altri adulti con un passato da giocatori di Pokémon dovrebbe rispondere in maniera speciale alle immagini di Pikachu e compagni rispetto ad altri tipi di stimoli. 

I ricercatori hanno reclutato 11 persone che avevano giocato ai videogiochi dei Pokémon quando erano bambini, tra cui Gomez stesso e il coautore dello studio Michael Barnett e altri 11 adulti che non avevano avuto la stessa passione infantile. A tutti i partecipanti sono state mostrate centinaia di carte cone le immagini delle creature fantastiche mentre la risonanza magnetica registrava la reazione del cervello. 

Come previsto, il cervello degli esperti di Pokémon rispondeva alle immagini in maniera molto più evidente rispetto al gruppo di controllo. 

L’area attivata era la stessa per tutti, la piega del cervello situata proprio dietro le orecchie chiamata solco occipito-temporale o circonvoluzione temporale inferiore.

Lo sviluppo di questa area non è prerogativa esclusiva di chi gioca a Pokémon, ma di chiunque sia stato sottoposto agli stessi stimoli visivi da piccolo assiduamente e per un lungo periodo di tempo

Grazie allo studio di Gomez e colleghi è stata anche confermata la teoria chiamata “bias di eccentricità”, secondo la quale l’area del cervello attivata dalla visione dipende dalla posizione delle immagini (visione centrale o periferica). Come previsto la regione del cervello attivata nei fan dei Pokemon era quella associata alla visione centrale, l’unica consentita dallo schermo del GameBoy. 

Erano proprio necessari i Pokémon per condurre l’esperimento? Forse no, anche se le buffe creature giapponesi si prestano in modo particolare allo scopo. E Gomez spiega perché: «La particolarità dei Pokémon è che ci sono centinaia di personaggi e bisogna sapere tutto su di loro per poter giocare con successo. Si viene premiati proprio quando si riescono a riconoscere centinaia di questi piccoli personaggi dall'aspetto simile. Ho pensato:  se non si riesce a trovare una regione del cervello dedicata a questo, non ci si riuscirà con nient'altro».