Hiv. Si vive di più, ma si continua a morire per colpa di infezioni e non di malattie legate alla vecchiaia

La ricostruzione

Hiv. Si vive di più, ma si continua a morire per colpa di infezioni e non di malattie legate alla vecchiaia

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Il "Circle of Friends", la terrazza in memoria delle vittime dell'Aids all'interno del National AIDS Memorial Grove a San Francisco
di redazione

Ricostruire la storia dell’epidemia di Aids a New York, dai primi casi ufficialmente riconosciuti degli anni Ottanta fino a oggi, attraverso i referti delle autopsie sulle persone colpite dalla malattia. L’intento dei ricercatori della NYU School of Medicine e della NYU Long Island School of Medicine non è diverso da quello di un investigatore in una crime story: scoprire le reali cause della morte dei pazienti Hiv-positivi. 

Gli studi epidemiologici dimostrano all’unisono che le persone con Hiv oggi vivono molto più a lungo rispetto al passato. Ma siamo sicuri che siamo giunti allo storico traguardo di condividere con le persone che non sono state infettate dal virus la stessa causa di morte? Che in pratica, muoiano di malattie legate all’invecchiamento e non alle conseguenze dell'Hiv?

Solo l'analisi dei dati relativi alle cause del decesso può fornire una risposta certa. 

E dall’analisi di 252 referti di autopsie condotte su cittadini di New York malati di Hiv/Aids tra il 1984 e il 2016 si scopre che «le persone continuano a morire prevalentemente per la malattia latente e non solo per fattori legati all’età avanzata», dichiarano gli autori dello studio. 

La ricerca pubblicata sulla rivista Archives of Pathology and Laboratory Medicine è la più ampia mai condotta finora sui risultati autoptici di pazienti con Hiv e fornisce dati che mancavano per tracciare un quadro affidabile su come è cambiato l’impatto della malattia negli anni. 

Cosa dicono i referti delle autopsie? Ebbene, i referti dimostrano che ancora oggi si muore principalmente per colpa delle infezioni e non per patologie legate all’età. Alla polmonite da pneumocystis, per esempio, si attribuisce il cento per cento dei decessi tra il 1984 e il 1987 e il 52 per cento tra il 1996 e il 1999 e l’86 per cento tra il 2012 e il 2016.

«Un paziente Hiv-positivo sotto trattamento resta comunque immunocompromesso con un rischio maggiore di morire di polmonite. Ora che le persone convivono più a lungo con l’Hiv, altre co-infezioni frequenti come l’epatite C che impiega anni per danneggiare il fegato stanno cominciando a emergere come cause e  fattori che contribuiscono alla morte», ha dichiarato Amy Rapkiewicz, a capo dello studio. 

Nei tre quarti delle indagini post mortem eseguite tra il 2014 e il 2016 sono state riscontrate infezioni da epatite C, cirrosi e lesioni potenzialmente letali del fegato. 

Resta ancora da chiarire l’aumento di casi di arterosclerosi riscontrati nelle persone che muoiono di Hiv. Tra il 1988 e il 1991 la patologia vascolare è stata osservata nel 21 per cento delle autopsie, mentre tra il 2008 e il 2011 nel 54 per cento. 

L’indurimento e il restringimento delle arterie registrato nei referti autoptici più recenti è dovuto all’avanzata età dei deceduti oppure agli effetti a lungo termine delle terapie? La risposta arriverà da successive indagini, sempre basate sui risultati delle autopsie che secondo i ricercatori sono la fonte di informazioni più preziosa.

«I rapporti delle autopsie raccontano in modo affidabile l'intera storia della malattia e le ragioni per cui le persone stanno ancora morendo  Spesso infatti la causa della morte immediatamente denunciata, come un attacco di cuore, differisce dalla vera causa della morte, che può essere obesità, uso di droghe o Hiv/Aids», sottolineano gli autori dello studio.