Il grande flop di Stop vivisection

Sperimentazione animale

Il grande flop di Stop vivisection

Non è bastato cambiare nome alle cose per convincere la Commissione europea. Non c’è nessuna ”vivisezione” da fermare in Europa. Non c’è ragione invece di bloccare la ricerca

di Roberta Villa

La Commissione europea ha detto di no ai 700.000 italiani che, insieme a centinaia di migliaia di altri cittadini europei, nei mesi scorsi hanno aderito all’iniziativa Stop Vivisection. Il nome dell’iniziativa era sviante. La richiesta all’Europa infatti non poteva essere di abolire la “vivisezione”, per il semplice fatto che la “vivisezione” - se con questo termine si indica l’inutile sofferenza di scimmie, cani, gatti rappresentati in decine di fotografie e video usati in questa opera di propaganda – non esiste più da decenni. Per legge in Europa nessun animale può essere sottoposto senza anestesia neppure a un prelievo di sangue.

La raccolta di oltre un milione e centomila firme era invece finalizzata ad abrogare la Direttiva 2010/63 dell’Unione Europea, una normativa frutto di cinque anni di dibattito e contrattazione, già molto restrittiva sull’uso degli animali in laboratorio. La Direttiva porta avanti, con maggiore convinzione, la vecchia regola delle tre R, iniziali di Replace, Reduce e Refine: gli animali vanno sostituiti appena possibile con metodi alternativi, il loro numero deve essere ridotto al minimo, le loro condizioni di vita e durante gli esperimenti salvaguardate al massimo. L’iniziativa dei cittadini europei, giuridicamente più che una mozione, va oltre questo, chiedendo di abolire completamente l’uso della sperimentazione sugli animali: «Considerando sia i chiari motivi etici che si oppongono alla sperimentazione animale sia le evidenze scientifiche che provano l'assenza di predittività del “modello animale” per una ricerca finalizzata alla salute umana, sollecitiamo la Commissione europea ad abrogare la direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici e a presentare una nuova proposta che abolisca l'uso della sperimentazione su animali, rendendo nel contempo obbligatorio, per la ricerca biomedica e tossicologica, l'uso di dati specifici per la specie umana» recita il testo.

La sperimentazione dovrebbe quindi essere condotta direttamente ed esclusivamente su cavie umane. Chi si presterebbe, non è dato sapere. La maggior parte dei firmatari probabilmente non era consapevole di quel che questo significa: somministrare a esseri umani (carcerati, come ha proposto qualcuno? Disperati in cerca di una piccola retribuzione?) sostanze di cui non si conoscono i possibili effetti in vivo. L’organismo infatti è la somma di moltissime interazioni complesse che nessun software è ancora in grado di riprodurre, neppure in parte. E che dire dei rischi di malformazioni? Quale donna in gravidanza si presterebbe a sperimentare sostanze sconosciute senza sapere se produrranno effetti drammatici nel feto, come fu per la talidomide? Si parla poi sempre di farmaci, ma sugli animali si verifica anche che mille altre sostanze chimiche con cui veniamo a contatto ogni giorno non siano tossiche o cancerogene: introdurle sul mercato senza questi controlli significherebbe dover attendere il conto delle vittime ad anni di distanza, prima di poterle riconoscere come pericolose. E ancora: eliminare completamente gli animali significa rinunciare a tutta la ricerca di base, da cui emergono i meccanismi per conoscere meglio le malattie in modo da poterle curare, non solo con i farmaci, ma anche con la prevenzione, le staminali, o la terapia genica. Niente di tutto questo si può fare di primo acchito sull’uomo.

«La nuova strategia animalista sorvola sugli aspetti etici e psicologici cercando di attaccarsi a motivazioni che vorrebbero avere una parvenza di scientificità» ha sottolineato Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, in occasione di un incontro che si è tenuto qualche tempo fa all’Accademia dei Lincei a Roma. «I presupposti delle loro mozioni contro la sperimentazione animale ora sono che questa non serve per ottenere informazioni applicabili all’uomo e che esistano metodi “alternativi” in grado di sostituirla, in maniera addirittura più affidabile». Purtroppo e per fortuna non è così: purtroppo perché non possiamo farne a meno, ma per fortuna che, proprio grazie ad essa, si sono sconfitte e controllate moltissime malattie che falcidiavano l’umanità.

L’audizione del 12 maggio con cui gli esponenti di Stop Vivisection hanno cercato di convincere la Commissione del contrario è stata definita un flop. Le prove per  dimostrare “l’assenza di predittività del modello animale per una ricerca finalizzata alla salute umana” non hanno retto davanti all’evidenza. Certo che molte malattie ancora oggi non sono curabili, ma gli immensi progressi della medicina dell’ultimo secolo, tutti o quasi ottenuti grazie alla sperimentazione animale, sono davanti agli occhi di tutti.

Anche la pretesa che le cavie si possano sostituire con metodi alternativi si scontra con la realtà: a tutt’oggi ne sono stati validati una dozzina, la maggior parte dei quali serve solo a garantire che un prodotto già messo a punto non provochi irritazione o corrosione della pelle e degli occhi. In alcuni passaggi si può ricorrere a colture cellulari o software al computer, ma sono gocce nel mare della ricerca biomedica che ancora non può fare a meno dei topi. E dico topi perché insieme ai ratti questi animali rappresentano il 95 per cento di quelli usati nei laboratori, mentre solo quando non se ne può fare a meno, in particolarissimi casi (anche per i costi maggiori che comportano) si ricorre a cani, gatti o addirittura primati non umani, che invece sono gli indiscussi protagonisti della narrazione animalista.

La Commissione ha semplicemente preso atto di questi dati di fatto, ribaditi perfino da organizzazioni come Frame, nate con la mission di sostituire gli animali con metodi alternativi, che in seguito al dibattito su Stop Vivisection ha categoricamente affermato che siamo lontanissimi da questi obiettivi: «È irrealistico affermare che al momento tutte le procedure sugli animali non siano necessarie e che possano essere sostituite da metodi idonei che non prevedano l’uso degli animali. In particolare, è una nozione largamente condivisa nella comunità scientifica che i metodi che non prevedono l’uso di animali non sono ancora adatti per determinare la sicurezza sugli esseri umani di nuove sostanze candidate a diventare farmaci, prima che siano esaminate nel corso di studi clinici sulle persone. Servono urgentemente nuovi medicinali per curare molte malattie e questa deve restare la principale priorità. Le procedure sugli animali inoltre continuano a migliorare le nostre conoscenze sui meccanismi alla base delle malattie umane e animali. Non sottovalutiamo la necessità di trovare nuovi farmaci in veterinaria (per esempio vaccini contro l’afta epizootica dei bovini), oltre che in medicina».

Quelli che hanno firmato avranno pensato che con la loro scelta rischiavano di mettere a rischio non solo la loro salute e quella dei loro figli, ma anche dei loro amati animali da compagnia, che usufruiscono delle medesime cure?

La Commissione non ha quindi dato retta solo a 16 premi Nobel e a oltre 170 organizzazioni, tra cui aziende, enti di ricerca e associazioni di pazienti, che temevano il blocco di tutta o quasi la ricerca biomedica su tutto il Vecchio continente, un vero e proprio tsunami che non solo avrebbe privato di ogni speranza migliaia di ammalati in attesa di una cura, ma avrebbe avuto un impatto economico e occupazionale incalcolabile, con tutti gli Istituti di ricerca costretti a spostarsi altrove per poter continuare a lavorare. Anzi, c’è chi ipotizza che Big pharma non sfoderi tutte le sue armi in questa battaglia a favore della ricerca proprio per ricevere in qualche modo il placet a trasferire i suoi impianti in Paesi dove i costi sono inferiori e le regole sono meno stringenti.

Per il momento il pericolo è comunque sventato. La nuova strategia che ha affiancato, se non sostituito, le motivazioni pseudoscientifiche a quelle etiche o emotive, non ha funzionato. Nel resto di Europa si può continuare a lavorare per la salute delle persone e degli animali, cercando nel frattempo di mettere a punto e validare il maggior numero possibile di metodi alternativi, in modo da salvare animali e ridurre i costi della ricerca, a patto di non comprometterne la qualità.