Un interruttore per spegnere il dolore

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Un interruttore per spegnere il dolore

di redazione

Potrebbe arrivare un nuovo protagonista nella lotta al dolore neuropatico: un interruttore capace di “spegnerlo”.

In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, i farmacologi Livio Luongo e Serena Boccella, afferenti al gruppo di ricerca di Sabatino Maione, ordinario di Farmacologia della Università Vanvitelli di Napoli, in collaborazione con i ricercatori della università di St. Louis (USA) coordinati da Daniela Salvemini, hanno dimostrato, sugli animali in questa prima fase, che un particolare recettore cellulare, presente nel nostro organismo, potrebbe essere il colpevole della comparsa del dolore che limita drammaticamente la qualità della vita dei pazienti neuropatici.

«Il dolore neuropatico - dice la coordinatrice Daniela Salvemini - può essere grave e non sempre risponde al trattamento. Antidolorifici oppioidi sono ampiamente utilizzati, ma possono causare importanti effetti collaterali e portare i rischi di dipendenza e abuso. C'è un urgente bisogno di opzioni migliori per i pazienti affetti da dolore cronico».

I ricercatori hanno capito che, in risposta a una lesione del nervo, l'organismo genera una molecola chiamata sfingosina-1-fosfato (S1P) nel corno dorsale del midollo spinale. A sua volta, questa molecola può attivare il sottotipo recettoriale 1 (S1PR1) sulla superficie delle cellule di supporto specializzate del sistema nervoso chiamate astrociti. «Questo innesca una cascata di eventi che portano a processi neuroinfiammatori - spiega Luongo - e rendono i neuroni coinvolti con la trasmissione del dolore molto “attivi”. Questo sintomo associato al dolore neuropatico rende il paziente incapace di svolgere le comuni mansioni quotidiane».

Sebbene lo studio sia stato eseguito su animali da laboratorio, molecole che agiscono inibendo la stimolazione della proteina recettoriale S1PR1 sono già disponibili in commercio e sono a oggi impiegate nel trattamento della sclerosi multipla. Di conseguenza, la scoperta risulta di fondamentale importanza per il possibile futuro impiego di queste sostanze nel dolore cronico di tipo neuropatico. Insomma, i risultati di questa ricerca «individuano in questo recettore un buon bersaglio - conclude Luongo - e dunque scenari possibili per lo sviluppo di nuove terapie, creando una nuova classe di antidolorifici non narcotici».