Malattie mitocondriali: la terapia che viene dal “DNA spazzatura”

Studio italiano

Malattie mitocondriali: la terapia che viene dal “DNA spazzatura”

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Le malattie mitocondriali sono un gruppo molto eterogeneo di patologie ereditarie causate da alterazioni nel funzionamento dei mitocondri, le “centrali energetiche” delle cellule
di redazione

Migliorare i sintomi di due rare malattie mitocondriali intervenendo sui microRNA, piccole molecole di RNA non codificante, ma che svolgono un’importante ruolo di regolazione dell'espressione genica. 

È l’approccio adottato da ricercatori dell’Istituto Telethon di genetica e medicina di Pozzuoli (Tigem) che in uno studio pubblicato su EMBO Molecular Medicine ne hanno dimostrato l’efficacia in due malattie rare: la microftalmia con lesioni cutanee lineari e la neuropatia ottica ereditaria di Leber.  

Le malattie mitocondriali sono un gruppo molto eterogeneo di patologie ereditarie causate da alterazioni nel funzionamento dei mitocondri, le “centrali energetiche” delle cellule che producono l'energia necessaria alle loro funzioni vitali: i tessuti più colpiti sono infatti quelli con la maggiore richiesta energetica, ovvero il cervello e i muscoli (cuore compreso). Si tratta di malattie molto eterogenee sia dal punto di vista clinico che genetico: per questo, nonostante nell’insieme siano tra le malattie genetiche più frequenti (si stima che nasca un neonato ogni 4.500 affetto da una malattia mitocondriale), non sono ad oggi disponibili terapie efficaci.

 Ora, il lavoro dei ricercatori del Tigem apre alla possibilità di un trattamento per molte di esse. 

«Abbiamo dimostrato nel modello animale di due diverse malattie mitocondriali che si possono migliorare le manifestazioni cliniche delle patologie intervenendo non sul difetto genetico specifico, ma su delle piccole molecole di RNA che regolano in maniera fine la produzione e lo smaltimento dei mitocondri nelle cellule del sistema nervoso», spiega potrebbe rappresentare una svolta in questo senso, come spiega Brunella Franco, professore ordinario di Genetica medica presso il dipartimento di Scienze mediche traslazionali dell'Università "Federico II" di Napoli. «Il grosso vantaggio è che questo meccanismo è indipendente dallo specifico difetto genetico primario: ridurre l’attività di questi microRNA, miR-181a e miR-181b, potrebbe quindi rivelarsi efficace in diverse malattie, non solo genetiche».

Il gruppo di studio del Tigem

Le disfunzioni mitocondriali sono infatti tipiche anche di malattie neurodegenerative molto più comuni e diffuse, come spiegano Alessia Indrieri e Sabrina Carrella, prime autrici del lavoro: «i nostri dati indicano che questi microRNA possono rappresentare nuovi bersagli terapeutici non solo per malattie rare e di origine genetica come quelle mitocondriali, ma anche per patologie neurodegenerative attualmente incurabili in cui si osserva una significativa disfunzione dei mitocondri». 

«I microRNA si stanno rivelando delle molecole molto interessanti, nonostante siano codificati da quella porzione di DNA che non contiene geni e che proprio per questo in passato è stata definita “spazzatura”. Al contrario, sono dei regolatori molto fini dell’attività di altri geni e in alcuni casi sono già in fase di sperimentazione clinica sull’uomo, per il trattamento di alcune forme di cancro. Il nostro laboratorio è al momento concentrato nella produzione di “farmaci” che possano mimare nell’uomo quanto osservato ad oggi nei modelli animali utilizzati. Questi “farmaci” potrebbero rivelarsi molto utili per il trattamento delle malattie mitocondriali e non solo» conclude Brunella Franco.

Questo studio è stato finanziato dalla Fondazione Telethon ed è stato condotto in collaborazione con l’Università Federico II e l’Università della Campania Luigi Vanvitelli.