Le malattie reumatologiche non aumentano il rischio di COVID-19. Ma dopo il contagio la prognosi non è favorevole

Studio Sir

Le malattie reumatologiche non aumentano il rischio di COVID-19. Ma dopo il contagio la prognosi non è favorevole

di redazione

L’infezione da Coronavirus nei pazienti reumatologici non è particolarmente frequente e il rischio di contagio non sembra essere aumentato. Quando però il virus colpisce questi malati la prognosi può essere severa.

Il dato emerge da Control-19, il primo registro avviato al mondo sugli effetti del Coronavirus nei malati reumatologici. Il progetto è promosso dalla Società italiana di reumatologia (Sir) e i primi risultati sono relativi a 165 pazienti in cura nel nostro Paese che hanno contratto l’infezione. La ricerca è stata presentata giovedì 4 giugno in una conferenza stampa on line, in occasione dell’avvio del congresso EULAR (European League Against Rheumatism).

In dettaglio l’età media dei pazienti osservati è di 62 anni, l’80% da Regioni del Nord più colpite dalla pandemia: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. A momento dell'infezione le malattie già presenti erano artrite reumatoide (35%), spondiloartrite (21%), connettiviti (19%) e vasculiti (12%). Più della metà dei malati presentava almeno due comorbidità. I pazienti inclusi nello studio erano per il 70% ricoverati in ospedale e nel 7% dei casi si è resa necessaria la ventilazione meccanica in terapia intensiva.

Si tratta ancora di dati preliminari, relativi a marzo e aprile, quando cioè la pandemia ha registrato gli effetti più devastanti su tutta la popolazione, avverte Luigi Sinigaglia, presidente nazionale della Sir, e «ora andranno analizzati nel dettaglio. La confluenza dei nostri dati nei registri internazionali, come quello patrocinato da EULAR, ci consentirà di disporre di informazioni preziose per tutta la comunità scientifica sulla base di un numero di casi molto maggiore».

La reumatologia è stata al centro dell’attenzione soprattutto nelle prime fasi della pandemia, in quanto molti farmaci utilizzati per il trattamento di alcune patologie reumatologiche sono stati proposti anche per contrastare gli effetti dell’infezione virale.

«Dopo una prima fase di entusiasmo - ricorda Guido Valesini, vicepresidente Sir - abbiamo cominciato a valutare i dati con il necessario rigore scientifico e a oggi non abbiamo una risposta certa sulla efficacia di molte di queste terapie sull’infezione, né tanto meno sulla loro potenzialità preventiva. Sono necessari nuovi studi prospettici per pervenire a una risposta definitiva». Valesini sottolinea che «dai dati preliminari del nostro Registro risulta che ben il 16% dei malati assumeva idrossiclorochina e questo non ha impedito l’infezione. Vogliamo quindi rassicurare i pazienti sul fatto che in Italia non dovrebbero esserci più problemi di disponibilità di alcuni farmaci». Anche altre terapie normalmente impiegate nel trattamento di malattie autoimmuni reumatologiche sono state sperimentate contro il Coronavirus come, osserva Valesini, gli inibitori di interleuchina 6 e del TNF-alfa:«Potrebbero per la loro potente azione anti-infiammatoria avere un ruolo nella terapia dell’infezione. Tuttavia mancano al momento risultati definitivi».

Molte di queste ricerche vengono condotte anche nel nostro Paese «e questo dimostra – commenta Roberto Gerli, presidente eletto Sir – come la reumatologia italiana sia davvero un’assoluta eccellenza del nostro sistema sanitario nazionale».

La Sir si è fatta anche promotrice di due studi che sono stati approvati dall'Aifa sull’impiego di colchicina, ben noto farmaco reumatologico, impiegato nel trattamento di artriti da microcristalli e di malattie auto infiammatorie.

Il congresso EULAR quest’anno si svolgerà solo per via telematica e «siamo riusciti lo stesso a coinvolgere migliaia di specialisti e pazienti» interviene Annamaria Iagnocco, presidente eletto dell'Eular: «Sarà l’occasione – conclude - per analizzare e fare il punto su patologie in costante aumento in tutto il Vecchio Continente».