Mamma e papà, parlate in “genitorese”: la strana lingua dei genitori aiuta i figli a sviluppare competenze linguistiche

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Mamma e papà, parlate in “genitorese”: la strana lingua dei genitori aiuta i figli a sviluppare competenze linguistiche

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Le abilità linguistiche nell'infanzia predicono le fasi successive dello sviluppo del linguaggio, quindi i miglioramenti dei comportamenti linguistici nell'infanzia potrebbero avere effetti a cascata sullo sviluppo del linguaggio più avanti nel tempo
di redazione

La grammatica ridotta al minimo, poche parole scandite meticolosamente, sonorità enfatizzate, vocali allungate all’infinito, consonanti forzatamente caricate con le doppie che sembrano quadruple. Se un adulto sano di mente con capacità cognitive intatte parla in quel modo, c’è da scommetterci, con molta probabilità si sta rivolgendo a un bambino piccolo. In qualunque Pese del mondo esiste una versione speciale della lingua nazionale adottata dai genitori quando si rivolgono ai figli. È il “genitorese” (“parentese” per gli anglosassoni), l’idioma dallo stile universale che serve ai bambini per imparare a parlare nell’immediato ma che favorisce lo sviluppo di capacità linguistiche più avanti negli anni. 

Un recente studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences ha dimostrato che non tutti i genitori conoscono le potenzialità del genitorese e che sarebbe invece utile che ne avessero consapevolezza per favorire la capacità espressiva dei figli. 

I ricercatori hanno testato l’efficacia di percorsi di formazione rivolti alle mamme e ai papà incentrati sui punti di forza della strana lingua parlata in famiglia. 

Gli scienziati hanno reclutato 71 coppie di genitori dividendole in due gruppi, le prime hanno partecipato a un corso sui benefici del parentese in cui venivano mostrate le strategie di comunicazione più efficaci, mentre le altre non erano state coinvolte in nessun percorso formativo. All’inizio dello studio i bambini avevano circa 6 mesi di età.  

Dall’analisi del linguaggio infantile è emerso che i figli dei genitori che avevano frequentato il coaching pronunciavano un maggior numero di parole all’età di 14 mesi rispetto ai bambini dell’altro gruppo. Gli scienziati hanno continuato a monitorare i progressi nel linguaggio dei piccoli fino ai 18 mesi di età. Scoprendo che le abilità linguistiche dei piccoli cresciuti con il genitorese potenziato dal corso erano superiori a quelle dei coetanei i cui genitori non avevano ricevuto indicazioni sui vantaggi della lingua volutamente “infantilizzata”. 

Per valutare le capacità di espressione linguistica dei piccoli, i ricercatori avevano dotato i bambini di un registratore inserito in un capo d’abbigliamento da indossare continuativamente nell’arco di quattro week end all’età di 6, 10, 14 e 18 mesi. Il dispositivo registrava i discorsi tanto dei grandi quanto dei piccoli. 

I risultati hanno dimostrato che i genitori che avevano preso parte al corso avevano continuato a usare il linguaggio speciale per molto tempo ancora dopo la fine del periodo di formazione. 

All’età di 14-18 mesi i figli dei genitori che avevano seguito il training erano in grado di dialogare con mamma e papà e di utilizzare parole come banana o latte con una frequenza doppia rispetto agli altri. A 18 mesi i bambini del gruppo sperimentale avevano un vocabolario di 100 parole in confronto alle 60 dell’altro gruppo. «Sappiamo che le abilità linguistiche nell'infanzia predicono le fasi successive dello sviluppo del linguaggio, quindi i miglioramenti dei comportamenti linguistici nell'infanzia potrebbero avere effetti a cascata sullo sviluppo del linguaggio più avanti nel tempo»,  ha dichiarato Ferjan Ramírez, a capo dello studio.