Non solo l'uomo. Covid-19 minaccia anche le scimmie

L’allarme

Non solo l'uomo. Covid-19 minaccia anche le scimmie

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I primati posseggono una versione identica a quella umana del recettore Ace2 (enzima di conversione dell’angiotensina) utilizzato dal virus Sars-Cov2 per entrare nelle cellule
di redazione

Impossibile il distanziamento sociale, improponibile l’isolamento o l’uso delle mascherine. Impensabile ricorrere ai ventilatori. Se l’epidemia di Covid-19 colpisse le comunità di scimpanzé, gorilla o orangotanghi nei loro habitat in Africa o in Asia farebbe una strage decimando popolazioni già in pericolo di estinzione. E il rischio, sostengono i primatologi, è reale. I timori degli scienziati, come viene spiegato su Science, si basano su due convincenti indizi. Il primo lo suggerisce la biologia: i primati posseggono una versione identica a quella umana del recettore Ace2 (enzima di conversione dell’angiotensina) utilizzato dal virus Sars-Cov2 per entrare nell’organismo ed è altamente probabile, quindi, che l’infezione possa colpire anche loro (come ipotizza un recente studio ancora non sottoposto a peer review). 

Il secondo proviene dall’esperienza passata: i virus umani responsabili di malattie respiratorie hanno già dimostrato in diverse occasioni di poter compromettere la salute delle scimmie. Sette anni fa nel parco nazionale della foresta di Kibale in Uganda una comunità di 56 scimpanzé è stata contagiata dal rhinovirus C umano (un virus del comune raffreddore), 40 esemplari si sono gravemente ammalati e 5 sono morti. Nel parco nazionale del Gombe Stream in Tanzania, dove la primatologa Jane Goodall ha compiuto le sue ricerche, i virus respiratori umani sono stati responsabili di diverse epidemie che hanno raggiunto tassi di mortalità del 12 per cento. Nel 2017 gli scimpanzé del parco nazionale di Tai nella Costa d’Avorio sono stati colpiti da un’epidemia di coronavirus umano. Ogni volta che un virus respiratorio umano entra a contatto con gli scimpanzé, circa un quarto della popolazione è destinata a morire. Un danno che si aggiunge a quelli provocati dal bracconaggio, dai cambiamenti climatici e dalla deforestazione. È così che la comunità di scimpanzé di Tai è passata da 3mila esemplari nel 1999 ai 300-400 attuali. Ci manca solo che arrivi Sars-Cov2. 

Un’epidemia di Covid tra i gorilla di montagna, di cui restano nel mondo circa mille esemplari la metà dei quali in Uganda, ne provocherebbe probabilmente la definitiva estinzione. Nel passato i virus respiratori umani sono stati responsabili del 20 per cento delle morti improvvise tra i gorilla di montagna. Per questo motivo gli esseri umani, come ricorda un recente studio su Frontiers in Public Health, dovrebbero mantenersi a una distanza di almeno 7 metri dagli animali, regola che viene regolarmente violata dal 98 per cento dei turisti. 

Alla luce di tutto ciò, i governi dei Paesi africani hanno adottato provvedimenti per la prevenzione del contagio di Covid tra i primati non umani. Tutti i parchi naturali abitati dalle scimmie sono stati chiusi al turismo. I ricercatori e i veterinari sono obbligati a indossare la mascherina, a misurarsi la febbre e a cambiarsi i vestiti prima di entrare nelle zone protette. Gli abitanti delle comunità locali sono stati invitati a mantenersi a debita distanza dagli animali. 

Centinaia di primatologi, ricercatori, ambientalisti e veterinari hanno partecipato la scorsa settimana ai tre webinar organizzati dalla Ape Alliance e dall’African Primatological Society per condividere strategie di prevenzione del contagio. 

I ricercatori del parco nazionale di Taï stanno monitorando la salute delle scimmie e sono pronti a intervenire nel caso in cui qualche esemplare si ammalasse, anche dormendo accanto a una scimmia diventata troppo debole per raggiungere la sua tana sugli alberi per proteggerla dagli attacchi dei predatori, leopardi o cacciatori che siano.