Il paradosso dell’ossitocina: l’ormone dell’amore ci rende asociali

La scoperta

Il paradosso dell’ossitocina: l’ormone dell’amore ci rende asociali

Agisce rinforzando le esperienze esterne, sia quelle positive che quelle negative
redazione

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A seconda che l'ossitona agisca sul nucleus accumbens o sul nucleo del letto della stria terminale può produrre effetti pro o anti-sociali

All’ossitocina dobbiamo tanto: fa innamorare, crea un legame speciale tra madre e figlio e promuove l’intesa sessuale con il partner. Ma l’azione di questo ormone prodotto dall’ipotalamo non finisce qui. L’ossitocina gioca un ruolo chiave nelle relazioni sociali, intervenendo a volte per incoraggiarle, altre invece, inaspettatamente, per respingerle. Perché, secondo uno studio pubblicato su Biological Psychiatry, l’ossitocina amplifica la reazione alle esperienze della vita, sia a quelle positive che a quelle negative.

Gli scienziati lo hanno osservato sui topi. Dopo essere stati sottoposti a eventi stressanti, gli animali si isolano rifiutando relazioni con l’esterno e, diffidando dei loro simili, preferiscono restare in disparte. Ma il comportamento asociale può essere corretto con una singola dose di un farmaco capace di inibire la produzione di ossitocina. 

Un risultato eccezionale, calcolando che altri psicofarmaci come il Prozac impiegano un mese per raggiungere lo stesso traguardo. Ma la scoperta non è giunta completamente inaspettata. In uno studio precedente, sempre sui roditori, i ricercatori avevano già dimostrato che in situazioni stressanti aumenta la produzione di ossitocina. Inoltre, i topi che inalano ossitocina si trovano più a loro agio da soli che in compagnia. 

«Dalla comprensione di come agisce l’ossitocina nei topi - dichiarano i ricercatori - possiamo ricavare informazioni su come utilizzare farmaci che abbiano come target l’ossitocina per ridurre l’ansia sociale». 

Gli autori dello studio sono convinti che l’ossitocina non agisca come un grilletto che fa scattare la socialità, ma intervenga amplificando gli effetti delle esperienze sociali e incoraggiando o scoraggiando, a seconda dei casi, le relazioni con il prossimo. 

Non c’è bisogno di prendere ad esempio la famiglia del Mulino Bianco. Basta pensare a qualsiasi altra situazione serena e accogliente, come una classica serata tra amici: in questo caso l’ossitocina rinforza il calore dell’atmosfera rendendo ancora più piacevole lo stare in compagnia.

Passando a uno scenario opposto, l’ormone del “volersi bene”, delle coccole e della condivisione, prende un altro volto. Dottor Jekyll si trasforma in Mr. Hyde. Così, in una vittima di bullismo, per esempio, l’ossitocina promuove il rifiuto verso il prossimo. Come fa lo stesso ormone ad avere effetti così diversi sul comportamento? Gli scienziati forniscono una spiegazione.  Ci sono due regioni del cervello particolarmente sensibili alla stimolazione dell’ossitocina, il nucleo del letto della stria terminale (Bnst), la regione che controlla l’ansia, e il nucleus accumbens, la regione che interviene nei processi di ricompensa e motivazione.  

I ricercatori hanno osservato che iniettando un inibitore dell’ossitocina nel Bnst, ma non nel nucleus accumbens, si possono invertire gli effetti dello stress sui comportamenti sociali. Quando invece l’ossitocina agisce su nucleus accumbens la socialità ne guadagna. Quindi tutto dipende dalle parti del cervello su cui agisce l’ossitocina. E ciò dipende a sua volta dalle esperienze che vengono vissute. 

Una volta compreso questo meccanismo, si può cominciare a pensare a come usare i farmaci a seconda dei casi.

Quando l’ossitocina agisce sul Bnst, per esempio, il ricorso a molecole in grado di bloccare la produzione dell’ormone può ridurre l’ansia nei confronti dei rapporti sociali.