Parkinson: nell’intestino la firma della malattia

Lo studio

Parkinson: nell’intestino la firma della malattia

La speranza di una diagnosi precoce dall’analisi del microbioma
redazione

Individuare la malattia di Parkinson dall’analisi della flora batterica intestinale. È quanto suggerisce uno studio dell’Università del Lussemburgo pubblicato su Movement Disorders. I ricercatori hanno osservato infatti che negli stadi iniziali della malattia neurodegenerativa, i pazienti mostrano un’evidente alterazione del microbioma, la composizione batterica dell’intestino, miliardi di microrganismi sempre più al centro dell’attenzione degli scienziati perché coinvolti in molti aspetti della nostra salute. 

Il risultato è emerso dall’analisi del microbioma di tre gruppi di persone, 76 con malattia di Parkinson, 78 in salute e 21 con una diagnosi di Rapid-Eye-Movement Sleep Behaviour Disorder (Rbd), un disturbo comportamentale del sonno che viene associato al rischio di sviluppare la malattia di Parkinson. 

Ebbene, nei tre casi la composizione del microbioma mostrava differenze sostanziali. Tanto che, dall’analisi dei batteri dell’intestino, gli scienziati erano in grado di distinguere in maniera affidabile le persone con la malattia degenerativa da quelle in salute. Inoltre, il microbioma dei pazienti con Parkinson mostrava caratteristiche simili a quello dei pazienti con Rbd. 

Alcuni batteri rinvenuti nel gruppo dei malati di Parkinson hanno, infine, una riconosciuta associazione con la depressione, uno dei sintomi non motori della malattia. 

Lo studio dell’Università del Lussemburgo sembrerebbe fornire conferme a una delle ipotesi sull’origine del Parkinson, secondo la quale il grilletto che fa scattare la patologia si troverebbe nell’intestino: un patogeno finora sconosciuto introdottosi nel tratto intestinale innescherebbe un processo noto come misfolding, ripiegamento scorretto delle proteine. Nel caso specifico la proteina in questione è l’alfa-sinecluina, ritenuta responsabile della formazione dei «corpi di Lewy», gli aggregati proteici anomali che nei malati di Parkinson danneggiano i neuroni dopaminergici lasciandone intatto solo il 20 per cento.

«Speriamo di poter capire meglio, dal confronto tra i diversi gruppi di persone,  il ruolo del microbioma nel processo di sviluppo della malattia - afferma Paul Wilmes, a capo dello studio - per scoprire quali cambiamenti ci sono e quando emergono. In questo modo si potrebbe anticipare il trattamento della malattia e forse un giorno si potrà usare la presenza o l’assenza di determinati come batteri come biomarker per la malattia per una diagnosi precoce».