Parkinson: la terapia genica per potenziare l’efficacia dei farmaci

Lo studio

Parkinson: la terapia genica per potenziare l’efficacia dei farmaci

Uno studio sui topi apre la strada a due interventi terapeutici: uno in fase iniziale e uno in fase avanzata. Trovata la causa che scatena la malattia si può avere la diagnosi e iniziare le cure 5 anni prima della comparsa dei sintomi. Una terapia genica può potenziare la levodopa in fase avanzata

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Immagine: Tony Alter from Newport News, USA, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Uno studio su Nature, sfruttando tecniche sofisticate di ingegneria genetica, apre la strada a due interventi terapeutici, uno nella fase iniziale e uno nella  fase avanzata della malattia. Il primo potrebbe rallentare la progressione del Parkinson intervenendo prima della comparsa dei sintomi, il secondo potrebbe aumentare l’efficacia della levodopa, il farmaco di elezione nel trattamento della patologia neuodegenerativa, nella fase avanzata. 

A un certo punto, dopo anni di convivenza con la malattia, la levodopa non riesce più a fare il suo lavoro. Il farmaco dovrebbe sopperire alla carenza di dopamina, ma la progressiva perdita dei neuroni che rilasciano dopamina dovuta alla malattia gli rende il compito difficile se non impossibile. Ora uno studio della Northwestern University di Chicago lascia intravedere la possibilità di di potenziare l’efficacia della levodopa con una terapia genica. 

Gli esperimenti sui topi hanno dimostrato che un intervento genetico mirato sulla substantia nigra, la regione dove si trovano i neuroni della dopamina, aumenta gli effetti della levodopa. I neuroni recuperano la capacità di convertire levodopa in dopamina con un conseguente miglioramento dei sintomi motori. Ma le novità non finiscono qui. Lo studio, pubblicato su Nature, suggerisce anche la possibilità di intervenire nella fase iniziale della malattia. 

Gli scienziati hanno voluto scoprire perché la malattia di Parkinson induca la perdita dei neuroni che producono dopamina. Dall’analisi genetica sui topi hanno scoperto che il processo è innescato da un danno ai mitocondri (la centrale energetica) dei neuroni. Da lì parte una catena di eventi che determina la progressione della malattia. Quando i mitocondri vengono messi fuori uso interrompendo il rifornimento di energia, i neuroni smettono di fare il loro lavoro, ossia di produrre dopamina. Tutte le fasi di questo percorso sono state riprodotte dai ricercatori in modelli animali grazie a tecniche avanzate di editing genetico. I ricercatori sono così riusciti a osservare cosa succede nel cervello degli animali con malattia di Parkinson molto prima che compaiano i sintomi clinici.

«Questo nuovo modello simile a quello umano può aiutarci a sviluppare test che identificherebbero le persone che stanno per essere diagnosticate con il morbo di Parkinson con un anticipo di cinque o dieci anni. Il che ci permetterebbe di iniziare presto le terapie che potrebbero alterare la progressione della malattia», dichiara James Surmeier, a capo della  Northwestern University Feinberg School of Medicine e principale autore dello studio. 

Una volta ricostruito tappa dopo tappa il processo che porta al Parkinson, si può sperare di trovare il modo di renderlo reversibile. Questo studio potrebbe aiutare a individuare precocemente le persone colpite dal Parkinson riconoscendo il danno ai mitocondri e a sviluppare terapie che rallentino la progressione della malattia. Lo stesso studio  individua una specifica terapia genica capace di aumentare l’efficacia della levodopa nella fase avanzata. 

«Lo sviluppo di terapie efficaci per rallentare o fermare la progressione della malattia di Parkinson presuppone che gli scienziati conoscano la causa della malattia. Questa è la prima volta che ci sono prove definitive che il danno ai mitocondri nei neuroni che rilasciano la dopamina è sufficiente a causare nei topi un parkinsonismo simile all’uomo. Se il danno mitocondriale fosse una causa o una conseguenza della malattia è stato a lungo dibattuto. Ora che questo problema è stato risolto, possiamo concentrare la nostra attenzione sullo sviluppo di terapie per preservare la loro funzione e rallentare la perdita di questi neuroni», conclude Surmeier.