Perdite di memoria e stanchezza mentale tra gli esiti di Covid-19

Lo studio

Perdite di memoria e stanchezza mentale tra gli esiti di Covid-19

di redazione

Rallentamento, stanchezza mentale, mancanza di lucidità e fatica a svolgere attività quotidiane come lavorare, guidare la macchina o fare la spesa.

Sono i sintomi spesso segnalati a distanza di tempo dalla guarigione e dalla dimissione dall’ospedale dai pazienti che hanno superato il Covid-19, come risultano in un recente studio pubblicato sulla rivista Brain Sciences.

Lo studio, coordinato dall’Università Statale di Milano, ha visto la collaborazione del Dipartimento di Scienze della salute dell’Ateneo, dell’Asst Santi Paolo e Carlo e dell’Istituto Auxologico del capoluogo lombardo, e riporta la valutazione delle funzioni cognitive a distanza di cinque mesi dalla dimissione dall’ospedale in un gruppo di 38 pazienti tra i 22 ed i 74 anni, precedentemente ospedalizzati e senza disturbi della memoria o dell’attenzione prima del ricovero.

Ne è risultato che sei pazienti su dieci guariti dal Covid-19 riferiscono rallentamento mentale e ottundimento e due su dieci riportano oggettive difficoltà di memoria. Tutti questi disturbi non appaiono associati a depressione, ma sono correlati alla gravità della relativa insufficienza respiratoria durante la fase acuta della malattia. Le alterazioni sono rilevate anche in persone giovani.

Lo studio, commenta Alberto Priori, direttore della Clinica neurologica dell’Università di Milano, «dimostra per la prima volta che i disturbi di memoria e il rallentamento dei processi mentali osservati in più della metà dei nostri pazienti persistono anche mesi dopo la dimissione. Queste alterazioni possono, nei casi più gravi, anche interferire con l’attività lavorativa – aggiunge - particolarmente per chi ha un ruolo che richiede decisioni rapide, come gli stessi medici o gli infermieri. Il meccanismo per cui il virus altera le funzioni cognitive è complesso. L’interessamento del sistema nervoso origina sia da una diretta invasione da parte del virus, sia indirettamente attraverso l’attivazione dell’infiammazione e della risposta sistemica all’infezione».

«Lo studio del neuroCOVID è destinato a diventare argomento di grande rilevanza – prevede Barbara Poletti, responsabile del Servizio di Neuropsicologia dell’Istituto Auxologico – e questo primo lavoro prelude a uno sforzo collaborativo volto a tracciare un quadro più ampio e relativo all’impatto cognitivo-comportamentale della pandemia».

«La necessità di seguire attentamente i pazienti che hanno presentato anche manifestazioni moderate di COVID-19 – sostiene Vincenzo Silani, direttore della Clinica neurologica dell’Università di Milano – viene ulteriormente sottolineata da questo importante lavoro: per questo abbiamo insieme avviato anche un largo studio nazionale volto a raccogliere sotto l‘egida della Società italiana di neurologia una ampia popolazione di pazienti colpiti da neuroCOVID-19 nell’intento di seguirne le complicanze tardive, con particolare riferimento alle malattie neurodegenerative».