La povertà peggiora anche le abilità cognitive

Diseguaglianze

La povertà peggiora anche le abilità cognitive

Chi è povero non solo gode di una salute peggiore rispetto a chi è ricco, ma il suo cervello invecch
Paolo Gangemi

Non solo i poveri stanno peggio in salute dei ricchi, ma in media anche le loro capacità cognitive vengono compromesse più facilmente. In altre parole, il loro cervello invecchia prima e ne risentono la memoria e la capacità di ragionamento. È uno degli effetti più odiosi della sperequazione sociale, e l’ha dimostrato un articolo pubblicato sull’American Journal of Preventative Medicine da un gruppo di ricercatori coordinati da Adina Zeki Al Hazzouri, della divisione di Epidemiologia e scienze della salute delle popolazioni dell’Università di Miami.

Mentre i legami fra la disponibilità economica e la salute fisica hanno richiamato l’attenzione degli scienziati da molto tempo, gli effetti sulle capacità cognitive sono stati poco indagati. Inoltre, gli studi in questo campo in generale non hanno considerato che il reddito di una persona può cambiare nel tempo.

La nuova ricerca invece ha studiato gli effetti sulle capacità cognitive di un periodo prolungato di povertà: precisamente per 25 anni, dal 1985 al 2010. Sono stati presi in esame i dati economici di 3.383 cittadini americani e i loro punteggi in alcuni test cognitivi standard (rapidità di comprensione, memoria, eccetera), in otto momenti: la prima volta nel 1985, poi dopo 2, 5, 7, 10, 15, 20 e 25 anni.

Come soglia di povertà non è stata scelta quella stabilita per legge ma quella usata di solito negli studi di questo tipo, che corrisponde al doppio di quella “ufficiale”. Le conclusioni sono eloquenti: chi è stato povero per 25 anni ha dimostrato abilità cognitive nettamente inferiori agli altri. Non solo: chi è stato povero per un periodo inferiore ai 25 anni ha ottenuto punteggi migliori di quelli stabilmente poveri, ma peggiori di quelli stabilmente ricchi.

Non è chiaro in che modo il disagio economico possa portare a questo peggioramento cognitivo. Gli autori hanno suggerito diverse ipotesi, fra cui gli effetti ormonali dello stress – causato dalle condizioni di vita e di salute più difficili – e una maggiore percentuale di fumatori, alcolisti e sedentari fra i meno abbienti; un’altra spiegazione potrebbe essere il minore accesso all’istruzione e ad ambienti stimolanti.

In teoria il risultato della ricerca potrebbe confondere causa ed effetto: le persone meno dotate intellettualmente svolgono di solito mansioni meno retribuite. In questo caso la povertà non sarebbe la causa, ma la conseguenza delle minori abilità cognitive. Consapevoli di questa eventualità, gli autori l’hanno però scartata: anche i partecipanti allo studio con una formazione superiore, se esposti a lunghi periodi di ristrettezze, hanno dimostrato abilità inferiori rispetto ai più fortunati.

Quello che invece appare probabile è il cosiddetto effetto del cane che si morde la coda: chi è povero mostra un declino cognitivo, per cui ottiene lavori meno redditizi e quindi resterà povero. In definitiva, la sperequazione con chi è ricco tende a conservarsi o peggio ad aumentare. E se questo succede negli Stati Uniti, uno dei Paesi socialmente più evoluti, a maggior ragione è presumibile che valga nei Paesi in via di sviluppo dove le differenze sociali sono ancora più marcate.