Progeria: dalle molecole antisenso una speranza di rallentare l’invecchiamento precoce

Lo studio

Progeria: dalle molecole antisenso una speranza di rallentare l’invecchiamento precoce

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I ricercatori hanno testato le molecole in cellule umane derivate dalla pelle di pazienti e nella pelle di topi di laboratorio allungando la vita massima di questi animali di quasi il 50 per cento
di redazione

L’associazione tra telomeri e invecchiamento è ben nota. In estrema sintesi: l’accorciamento dei telomeri, gli involucri protettivi all’estremità dei cromosomi, accelera il declino dell’organismo. È inevitabile quindi che proprio ai telomeri sia rivolta l’attenzione degli scienziati in cerca di una terapia per la progeria o sindrome di Hutchinson-Gilford, la rarissima malattia caratterizzata da invecchiamento precoce che colpisce un bambino su 18 milioni. E infatti è tutto incentrato sui telomeri il nuovo studio condotto da un team di ricercatori dell’Ifom di Milano, del Cnr-Igm di Pavia e del Karolinska Institute, che accende la speranza di poter rallentare l’innaturale processo di invecchiamento mostrato con disinvoltura e simpatia da Sammy Basso, il ragazzo affetto da progeria diventato il simbolo della malattia.

È grazie a lui che il grande pubblico ha conosciuto la malattia che trasforma il corpo di un bambino di 10 anni in quello di una persona anziana. 

La ricerca pubblicata su Nature Communications, condotta su campioni di cellule prelevate da bambini affetti dalla malattia genetica, ha messo in luce alcune anomalie nella funzione dei telomeri alla estremità dei cromosomi e un accumulo eccessivo di Rna non codificante. 

Ricorrendo a una categoria di farmaci noti come oligonucleotidi antisenso capaci di disattivare geni dannosi, i ricercatori sono stati in grado di ridurre i livelli di Rna non codificante ottenendo una normalizzazione del processo di divisione cellulare che potrebbe forse allungare la vita. 

Gli esperimenti sui topi sono stati promettenti: negli animali trattati è stato osservato un aumento del 50 per cento dell’aspettative di vita. 

Le molecole antisenso agiscono spegnendo una serie di allarmi molecolari nei telomeri prevenendo così  l’invecchiamento precoce caratteristico di questa patologia. «Abbiamo testato le nostre molecole antisenso in cellule umane derivate dalla pelle di pazienti e nella pelle di un modello murino di Hgps, allungando la vita massima di questi topi di quasi il 50 per cento», ha dichiarato Francesca Rossiello, ricercatrice dell’Ifom e coautrice dello studio. 

I risultati ottenuti oggi sono il naturale proseguimento di una ricerca pubblicata sempre su Nature Communications nel 2017. Allora, il team di ricercatori guidato da Fabrizio d’Adda di Fagagna, responsabile del programma di Ifom Risposta al danno al Dna e senescenza cellulare e ricercatore presso l’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igm), aveva rivelato che i telomeri danneggiati inducono la formazione di due specifiche classi di Rna non codificanti, chiamate dilncRna e Ddrna, che attivano l’allarme molecolare che causa la senescenza della cellula. Grazie allo sviluppo di molecole antisenso complementari a tali Rna i ricercatori erano riusciti a indurre lo spegnimento di questi allarmi in maniera mirata. Da lì è nata l’idea di testare lo stesso approccio sulla progeria per la quale attualmente non esiste alcuna cura (una dozzina di farmaci sono stati testati senza però mai arrivare alla fase clinica). Ma la nuova strada individuata dal team italiano e svedese potrebbe rivelarsi utile anche per tutte le patologie e condizioni associate alla degenerazione dei telomeri. 

«Questa ricerca, oltre a segnare un avanzamento conoscitivo per la progeria apre la possibilità di testare le molecole antisenso per la cura di tante altre patologie umane legate all’invecchiamento e associate al danno ai telomeri, come i tumori, la cirrosi epatica, la fibrosi polmonare, l’aterosclerosi, il diabete, la cataratta, l’osteoporosi e l’artrite. Siamo convinti del potenziale terapeutico di questo approccio e siamo determinati a portarlo sempre più vicino ai pazienti, anche nel contesto oncologico», dice d’Adda di Fagagna.