La protesi del piede che si adatta ai terreni sconnessi

Il prototipo

La protesi del piede che si adatta ai terreni sconnessi

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Il prototipo, una specie di treppiedi, è costituito da tre sbarre parallele al suolo con sensori posizionati in tre punti differenti, uno sul “tallone” e due “sull’alluce”.
di redazione

A prima vista si potrebbe pensare a una nuova versione dei pattini in linea, una rivisitazione dei rollerblade. Ma ad una più attenta osservazione è facile cambiare idea. Comunque sia, tutto sembra, tranne un piede. Eppure il prototipo di una protesi degli arti inferiori messo a punto dai ricercatori della Stanford University funziona meglio dei dispostitivi attualmente in commercio, ben disegnati per somigliare all’originale, ma ancora lontani dal riprodurne tutte le funzioni.

Gli ingegneri americani, per ora, sono più interessati alla sostanza che alla forma. E stanno facendo di tutto per fare in modo che il loro piede artificiale si comporti come quello vero anche se resta difficile immaginarselo racchiuso in una scarpa. 

A rendere speciale il marchingegno realizzato nei laboratori di Stanford è la sua capacità di adattarsi perfettamente ai terreni dissestati, modulando i movimenti e la pressione del passo a seconda del tipo di suolo su cui poggia. Una protesi del genere potrebbe permettere in futuro alle persone che hanno subito un’amputazione dell’arto inferiore di fare passeggiate in montagna senza timore di inciampare in continuazione. Con le protesi attuali le camminate su sentieri accidentati sono particolarmente a rischio di cadute. 

Attualmente il prototipo, una specie di treppiedi, è costituito da tre sbarre parallele al suolo con sensori posizionati in tre punti differenti, uno sul “tallone” e due “sull’alluce”. Il piede artificiale risponde in maniera diversa a seconda del tipo di terreno che incontra, flettendo la “caviglia”, facendo pressione sulla parte anteriore o posteriore delle aste a seconda delle circostanze, adattandosi alle irregolarità del suolo come farebbe un piede naturale.

Negli Stati Uniti mezzo milione di persone hanno perso un arto inferiore e sono costrette ad affrontare una serie di sfide quotidiane, non ultima quella di muoversi in autonomia senza cadere. È stato calcolato, infatti, che le persone con una protesi aumentano di cinque volte il rischio di cadere nel corso di un anno. La prudenza li invita a restarsene a casa. E ad avere una vita sociale limitata.

Il nuovo prototipo della protesi del piede, equipaggiato con gli appositi sensori, potrebbe rendere più sicura la camminata migliorando la qualità di vita dei pazienti. Come abbiamo detto, per ora la nuova tecnologia è in fase di sperimentazione e compie i primi passi all’interno del laboratorio di ingegneria robotica di Stanfrod.  Qui un uomo di 60 anni, con un’amputazione dell’ arto inferiore destro al di sotto del ginocchio, si è offerto di testare la protesi camminando su un tapisroulant che simula terreni sconnessi. Il computer collegato ai sensori registra le risposte della protesi all’instabilità del suolo. I risultati di questa sperimentazione in formato “one man band” sono molto incoraggianti. 

Ora si tratterà di trasformare quella ingombrante propaggine in una protesi leggera, wireless ed economica da poter infilare in una scarpa, magari da trekking per cimentarsi in passeggiate nella natura.