Quanto è grave la botta in testa? Lo dicono le analisi del sangue

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Quanto è grave la botta in testa? Lo dicono le analisi del sangue

Per conoscere la gravità di un trauma cranico e prevedere i tempi recupero potrebbe bastare un’analisi del sangue. A fornire le informazioni è una proteina neuronale rilasciata in quantità analoghe tanto nel liquido cerebrospinale che nel sangue

di redazione

Analizzare il sangue per conoscere le condizioni del cervello dopo un trauma cranico. È quanto propongono gli autori di un nuovo studio condotto dai National Institutes of Health appena pubblicato su Nuurology. I ricercatori hanno infatti individuato un biomarcatore che fornisce in poco tempo indicazioni precise per la diagnosi e la prognosi di un colpo alla testa. Si tratta della catena leggera del neurofilamento (Neurofilament Light chain, NfL), una proteina neuronale che dopo un trauma viene rilasciata non solo nel liquido cerebrospinale ma anche, come hanno osservato gli scienziati, nel sangue. I livelli della proteina riscontrati nel sangue e nel cervello sono equivalenti e sono entrambi indicatori affidabili della gravità della lesione. Più sono alti, più è grave il danno. Misurando la quantità di Nfl presente nel sangue è quindi possibile calcolare l’impatto sul cervello di una botta in testa e anche prevedere i tempi di recupero.  Il test si è dimostrato affidabile per qualunque entità del trauma cranico, lieve, moderata o grave e, usato in combinazione con le immagini della risonanza magnetica, potrebbe fornire un quadro clinico completo in una ampia varietà di casi.

Lo studio è stato infatti condotto su diverse tipologie di lesioni, da quelle acute a quelle croniche, di natura sportiva o non. Facevano parte del campione analizzato giocatori di hockey, pazienti ricoverati in seguito a incidenti, persone sane come gruppo di controllo. In tutto 120 persone. 

È emerso che i livelli di Nfl nel sangue degli atleti con trauma cranico e dei non atleti senza lesioni sono strettamente correlati a quelli presenti nel liquido cerebrospinale, suggerendo così la possibilità di potersi basare sulla proteina presente nel sangue piuttosto che nel cervello per valutare la portata delle lesioni. Un sistema rapido, comodo ed economico. 

«I nostri risultati suggeriscono che la catena leggera del neurofilamento nel sangue può fornire un prezioso dato complementare all'imaging rilevando il danno neuronale sottostante che può essere responsabile dei sintomi a lungo termine riscontrati da un numero significativo di atleti con commozione cerebrale acuta e pazienti con lesioni cerebrali più gravi», ha affermato Pashtun Shahim, autore principale dello studio. 

Grazie al biomarcatore nel sangue, i ricercatori sono riusciti a distinguere i casi di lesioni gravi, medie o lievi prevedendo anche i diversi tempi di recupero. Sono indicazioni importanti che consentono per esempio a un giocatore di hockey infortunato di sapere con esattezza quando potrà riprendere a giocare senza correre rischi per la salute o a un paziente vittima di un incidente quando sarà in grado di tornare al lavoro o alle attività quotidiane. 

«Attualmente, non esistono biomarcatori del sangue convalidati per poter fare una diagnosi obiettiva di un lieve trauma cranico o per predire il recupero. Il nostro studio rinforza la necessità e indica la strada da percorrere per un test non invasivo della catena leggera del neurofilamento per aiutare nella diagnosi di pazienti e atleti le cui lesioni cerebrali sono spesso non riconosciute, non diagnosticate o non segnalate», ha dichiarato Shahim.