Il raffreddore preso da piccoli aumenta o riduce le difese contro Covid-19?

La questione

Il raffreddore preso da piccoli aumenta o riduce le difese contro Covid-19?

Il ruolo dell’imprinting immunologico nella risposta immunitaria contro Sars-Cov-2 è ancora un mistero. Per certi aspetti gli anticorpi sviluppati dal primo raffreddore della vita potrebbero fornire una protezione contro Sars-Cov-2, per altri potrebbero rivelarsi un ostacolo

di redazione

La prima volta non si scorda mai. Vale anche per il sistema immunitario che conserva a lungo il ricordo del primo virus influenzale incontrato durante l’infanzia e sfrutta quella memoria immunologica per difendersi da virus simili quando si ripresentano nel corso della vita. Il fenomeno è noto come “peccato originale antigenico” o “imprinting immunologico”: per contrastare un patogeno dalle caratteristiche analoghe a quelle della prima volta, l’organismo, piuttosto che sviluppare nuovi anticorpi, attinge all’arsenale già in suo possesso. 

Succede qualcosa di simile nel caso di Covid-19? Un raffreddore preso da bambini causato da un coronavirus può offrire una sorta di protezione nei confronti di Sars-CoV-2?. Un articolo sul sito di Nature propone una sintesi delle diverse opinioni degli esperti per capire il ruolo dell’imprinting immunologico nella pandemia di Covid-19. Un ruolo, diciamolo subito, ancora in gran parte da chiarire. 

Un gruppo di  ricercatori dell’Università di Pennsylvania a Philadelphia ha individuato nei campioni di sangue prelevati prima della pandemia la presenza di anticorpi contro un coronavirus responsabile del comune raffreddore (OC43) capaci di legarsi alla proteina spike di Sars-Cov-2. Gli scienziati hanno osservato che le persone infettate con Sars-Cov-2 riattivavano i vecchi anticorpi contro OC43. Questi anticorpi però legandosi solo ad alcune regioni della proteina spike e non a quella cruciale per entrare nelle cellule, non riuscivano a impedire l’infezione, ma contribuivano a uccidere le cellule infettate accelerando i tempi della guarigione. 

L’idea che l’imprinting immunologico possa ostacolare la diffusione del virus si basa sull’esperienza della pandemia influenzale del 2009 causata da H1N1.  Quel virus, all’inizio tanto temuto, ha fatto meno danni del previsto e può darsi che il merito sia stato proprio del “ricordo” immunologico e degli anticorpi del passato che hanno fatto da scudo. 

La questione però non è così semplice. A volte la memoria di ferro del sistema immunitario può rivelarsi un boomerang. Può infatti accadere che gli anticorpi rispolverati dall’archivio delle infezioni precedenti impediscano l’attivazione delle cellule B che invece potrebbero produrre anticorpi “freschi freschi” più adatti a bloccare la nuova minaccia. 

Uno studio condotto in Spagna ha osservato tra i pazienti ricoverati per Covid-19 un aumento dei livelli di anticorpi contro due virus simili a Sars-Cov-2, OC43 e un altro betacoronovirus chiamato HKU1. I ricercatori hanno notato che le persone con il maggior numero di anticorpi contro i due virus contratti in passato avevano sviluppato una risposta leggermente inferiore contro Sars-Cov-2.

Da qui nasce il sospetto che l’imprinting immunologico possa in realtà essere un ostacolo allo sviluppo di anticorpi mirati contro il patogeno di turno. Altri studi suggeriscono infine che i raffreddori recenti siano addirittura più utili di quelli della prima infanzia nel proteggere da Covid-19. Un’indagine condotta tra gli operatori sanitari negli Stati Uniti ha dimostrato che le persone con i livelli più alti di anticorpi “giovani” contro OC43 guarivano da Covid-19 più velocemente rispetto a quelle con livelli più bassi. 

Disquisire sugli effetti positivi o negativi dell’imprinting immunologico ha un senso sopratutto per comprendere la reazione ai vaccini. C’è la possibilità che il peccato originale immunologico possa compromettete in qualche modo in futuro l’efficacia dei vaccini? Chi ha sviluppato anticorpi contro la versione originale di Sars-Cov-2, svilupperà una maggiore o una minore risposta ai vaccini modificati in base a eventuali nuove varianti? I risultati preliminari di uno studio sui vaccini a mRna suggeriscono che l’imprinting immunologico non ostacoli la risposta immunitaria. I vaccini infatti non rievocano quei vecchi ricordi immunolgoci che potrebbero comprometterne l’efficacia. Si è visto che le persone vaccinate sviluppano livelli di anticorpi contro OC43 molto inferiori rispetto a quelle infettate con Sars-Cov-2. Il che dimostra che il vaccino non innesca il processo dell’imprinting e la nuova difesa immunitaria non è indebolita dalla vecchia.