Il razzismo lascia un segno indelebile nel cervello delle vittime

L’esperimento

Il razzismo lascia un segno indelebile nel cervello delle vittime

Grazie a esperimenti con la risonanza magnetica condotti su adulti latino-americani sono stati osservati gli effetti delle discriminazioni sul nucleus accumbens, la regione del cervello coinvolta nel piacere. Gli stereotipi tolgono la motivazione per la ricompensa. Come succede nella depressione

di redazione

La rabbia è solamente una delle risposte al razzismo, la più visibile e forse la più “sana”. Una reazione meno eclatante ma più dannosa per la salute è quella che gli psicologi chiamano “anedonia”. Le vittime di discriminazioni e stereotipi sviluppano quella sorta di indifferenza per gli eventi piacevoli che è l’anticamera della depressione. Se ne trova traccia addirittura nelle scansioni cerebrali: chi appartiene a una minoranza etnica vessata dai pregiudizi mostra una ridotta attività del sistema di ricompensa del nucleus accumbens. 

Lo ha dimostrato un esperimento condotto da Kyle Ratner della University of California, di Santa Barbara e pubblicato su Social Cognitive and Affective Neuroscience

Osservando le immagini della risonanza magnetica funzionale Ratner e i colleghi hanno trovato una traccia visibile dell’esasperazione e della rassegnazione tipiche di chi è costretto ad ascoltare in continuazione la dolorosa serie di luoghi comuni sulla comunità a cui appartiene. 

Gli effetti del razzismo si manifestano in particolare nel nucleus accumbens, la regione del cervello che si attiva in vista di un evento positivo anticipando la sensazione di piacere. 

I ricercatori hanno coinvolto per lo studio alcuni studenti latino-americani divisi in due gruppi. Il primo gruppo ha assistito alla proiezione di clip di documentari e servizi giornalistici su alcuni problemi sociali che riguardano tutti gli americani, obesità, violenza di strada, bassi livelli di istruzione ecc…  Il secondo gruppo ha visionato filmati con le stesse problematiche riferite però esclusivamente alla comunità latino-americana in quanto particolarmente esposta a quei rischi. 

I video non erano esplicitamente razzisti, ma rinforzavano alcuni stereotipi negativi alla base di atteggiamenti discriminatori. 

Dopo aver osservato i filmati, i partecipanti di entrambi i gruppi sono stati sottoposti a un test per valutare la capacità di desiderare qualcosa di positivo come una ricompensa. Il test, chiamato Monetary Incentive Delay (MID), consisteva in una prova di velocità: ogni volta che sullo schermo di un computer appariva una stella, i partecipanti avrebbero dovuto premere un pulsante. Più rapida era la risposta, maggiore era la ricompensa in denaro. 

Ebbene, il gruppo che aveva assistito ai filmati stereotipati reagiva in maniera differente alla prospettiva del premio, mostrandosi meno attratto dalla possibilità di vincerlo. Il nucleus accumbens dei partecipanti esposti agli stereotipi era infatti meno attivo rispetto a quello dell’altro gruppo. 

Gli scienziati attribuiscono questo fenomeno alla perdita di motivazione sperimentata dalle vittime delle discriminazioni. Come altri eventi stressanti, le discriminazioni dovute a pregiudizi provocano l’anedonia, quell’incapacità di emozionarsi per gli eventi positivi in arrivo molto famigliare a chi soffre di depressione. 

«I pregiudizi diventano qualcosa a cui non puoi sfuggire, simile ad altri fattori di stress che sono fuori dal controllo delle persone e hanno dimostrato di causare anedonia», scrivono i ricercatori.