Rendere vulnerabili i tumori togliendo loro il mantello dell’invisibilità

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Rendere vulnerabili i tumori togliendo loro il mantello dell’invisibilità

Dalla ricerca italiana una strategia per rendere le cellule tumorali visibili al sistema immunitario
redazione

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Uno dei più grandi punti di forza delle cellule tumorali è la capacità di sfuggire al sistema immunitario e, in tal modo, riuscire a proliferare indisturbate e diffondersi nell’organismo

«Abbiamo modificato un tumore, che possiamo paragonare a un velivolo Stealth, e cioè invisibile, in uno che può essere individuato dai radar ed intercettato dai nostri sistemi di sicurezza».

È così che Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare dell’IRCCS di Candiolo e docente del dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino, descrive il risultato di una ricerca condotta dal suo gruppo insieme a colleghi dell’Istituto Nazionale dei Tumori, il Niguarda Cancer Center e l’Università di Milano.

La ricerca è stata pubblicata su Nature e corona un lavoro durato un quinquennio.

«Il nostro è stato un approccio non convenzionale», spiega Bardelli. «Sappiamo che molti tipi di neoplasie riescono a mascherarsi e, eludendo i meccanismi di difesa, si diffondono nell’organismo». 

È questo il più grande punto di forza delle cellule tumorali: possedere una sorta di mantello dell’invisibilità che le rende capaci di sfuggire al sistema immunitario riuscendo in tal modo a proliferare indisturbate e diffondersi nell’organismo. 

«Ci siamo chiesti come affrontare questo problema partendo dalla cellula tumorale, per poi vederne gli effetti sul sistema immunitario», continua il ricercatore. «Abbiamo ipotizzato che inattivando il processo di riparazione del DNA di una cellula si inducessero nuove mutazioni, alcune di queste dette neoantigeni, riconoscibili come estranee e quindi attaccabili dal sistema immunitario».

Così, utilizzando un’innovativa tecnologia genetica i ricercatori hanno “costretto”  cellule di tumori del colon e del pancreas ad uscire allo scoperto e a diventare un bersaglio da aggredire e neutralizzare per le cellule del sistema immunitario.

 «È stato un lavoro complesso  ma la posta in gioco era molto alta e gli esperimenti, sin dalle prime fasi, indicavano chiaramente che stavamo percorrendo una strada mai intrapresa prima», dice il primo firmatario del lavoro, Giovanni Germano. «Un lungo lavoro di squadra, con tante difficoltà, tra fallimenti sperimentali e conferme, ma che ci ha portato alla fine, in un freddo pomeriggio autunnale, a dire: era quello che avevamo ipotizzato».

Le ricadute cliniche della ricerca sono per ora lontane ma potrebbero essere importanti. Da qualche anno l’immunoterapia (vale a dire le strategie terapeutiche finalizzate a risvegliare il sistema immunitario contro le cellule tumorali) hanno consentito importanti progressi in diversi tumori, specie in quello del polmone e nel melanoma. In altre neoplasie, invece, finora i risultati sono stati deludenti. 

La ragione, potrebbe risiedere proprio nei neoantigeni di cui i tumori del polmone e il melanoma sono particolarmente ricchi. 

La nuova scoperta potrebbe aiutare a colmare questa lacuna. 

«Stiamo studiando se farmaci antitumorali, che come effetto collaterale causano danni al DNA, provocano la formazione di neoantigeni che possono risvegliare il sistema immunitario. Abbiamo già in mente potenziali candidati e stiamo lavorando anche con l’Istituto Nazionale dei Tumori, il Niguarda Cancer Center e l’Università di Milano per verificare la nostra ipotesi per futuri sviluppi clinici», dice ancora Bardelli. L’obiettivo, tornando alla metafora iniziale, è «sfruttare le potenzialità del principale meccanismo di difesa del nostro organismo, costringendo tumori normalmente Stealth a rendersi visibili al riconoscimento del sistema immunitario come fossero dei potenziali patogeni».

Lo studio è stato finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Settimo Programma Quadro, da AIRC, dalla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro-ONLUS, dalla Fondazione Oncologia Niguarda Onlus e da Merck nell’ambito del Merck grant for Oncology Innovation.