Rifugiati. I traumi dell’infanzia segneranno per sempre la salute mentale dei più giovani

Lo studio

Rifugiati. I traumi dell’infanzia segneranno per sempre la salute mentale dei più giovani

Hanno vissuto di tutto: violenze, abbandoni, lutti e hanno avuto paura, tanta paura. È ovvio che i giovani rifugiati siano particolarmente a rischio di sviluppare disturbi mentali. Ma nessuno finora aveva mai quantificato questa ovvietà. Ora è stato fatto: è peggio di quanto potessimo immaginare

di redazione

La scienza non fa eccezioni: anche l’ovvio va dimostrato. È per questo che tre ricercatori tedeschi hanno deciso di analizzare l’impatto dei traumi infantili sulla salute mentale dei giovani rifugiati, scoprendo né più né meno di quanto ci si aspettava: le esperienze scioccanti del passato aumentano il rischio di sviluppare disturbi psichiatrici. Nessuno, per esempio, si stupirebbe di sapere che Marteza Hasani scappato dall’Afghanistan a 6 anni e arrivato in Germania a 16 abbia bisogno di un sostegno psicologico, visto che da piccolo aveva trovato il cadavere decapitato del padre dai Talebani di fronte alla porta di casa sua. Ma i ricercatori hanno scoperto che l’associazione tra traumi dell’infanzia e salute mentale più avanti negli anni è più forte di quanto immaginassimo.

Hasani fa parte del gruppo di 133 giovani rifugiati coinvolti nello studio di cui stiamo parlando che è la più ampia e dettagliata analisi delle condizioni psicologiche dei  giovani rifugiati mai condotta finora. Forse proprio perché era considerata tanto ovvia, nessuno aveva mai pensato di quantificare l’associazione tra i traumi infantili e la salute mentale dei ragazzi scappati dai propri Paesi e accolti in altri. È venuto fuori che il passato incide sulla psiche più di quanto ci si immagini. 

I ragazzi reclutati nello studio provengono da 9 centri per rifugiati della Germania, l’80 per cento era di sesso maschile e quasi un terzo era rappresentato da minori non accompagnati. Molti provenivano da Afghanistan, Siria e Iraq.

Ogni ragazzo è stato sottoposto a una serie di esami per valutare la salute fisica e psicologica e le capacità cognitive. A tutti è stato domandato di ripercorrere il loro passato e la dolorosa storia dietro ogni ferita sulla pelle (nel 40% dei rifugiati erano ben visibili i segni delle violenze subite): le torture, la schiavitù, gli abusi fisici e sessuali ecc…È seguita la valutazione psicologica per individuare eventuali sintomi di depressione, psicosi o difficoltà cognitive. 

I ricercatori hanno calcolato per ciascun ragazzo il numero di eventi traumatici a cui sono è stato esposto in aggiunta alla fuga e al viaggio in cerca di asilo. È emerso che più del 40 per cento dei giovani rifugiati aveva sperimentato tre o più esperienze scioccanti, come subire violenza sessuale o venire ridotti in schiavitù. 

I ricercatori hanno utilizzato i loro modelli di analisi per quantificare il rischio complessivo di sviluppare disturbi di salute mentale, scoprendo che le probabilità di ammalarsi aumentano in corrispondenza del numero di eventi traumatici sperimentati. Inoltre, la capacità dei rifugiati di far fronte alle incombenze della  vita quotidiana diminuisce per ogni ulteriore trauma subito.

I ricercatori hanno anche scoperto che le ferite del passato sono difficili da curare e che alcuni fattori ritenuti “psicologicamente protettivi”, come la fuga con un membro della famiglia o un amico, non sembravano attenuare gli effetti dello stress.

Tra l’altro la vita dei rifugiati nel Paese di accoglienza non è quasi mai rosa e fiori. Spesso i giovani immigrati devono affrontare continui trasferimenti, povertà, difficoltà di inserimento, tutti elementi che compromettono ancora di più la loro già fragile condizione mentale. 

Per Martin Begemann, psichiatra del Max Planck Institute of Experimental Medicine di Gottinga che ha guidato lo studio, condurre l’indagine non è stata una passeggiata: i racconti dei ragazzi lo hanno perseguitato negli incubi di notte e lui stesso è dovuto ricorrere a una terapia psichiatrica. 

«I giovani rifugiati, che arrivano nei paesi di accoglienza con un allarmante bagaglio di fattori di rischio psichici, dovrebbero essere considerati altamente vulnerabili all’insorgenza di deficit funzionali globali, anomalie comportamentali e disturbi neuropsichiatrici», concludono i ricercatori.