Sclerosi multipla: ridurre grassi e proteine migliora il decorso della malattia

A tavola

Sclerosi multipla: ridurre grassi e proteine migliora il decorso della malattia

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Nei pazienti che assumono questa dieta il numero di ricadute di malattia e la gravità della stessa risultano ridotti
di redazione

Ridurre le proteine, i grassi e gli alimenti raffinati e aumentare invece gli alimenti di origine vegetale.

Potrebbe essere questa la strategia giusta a tavola per le persone affette da sclerosi multipla secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Immunology, la rivista ufficiale della International Union of Immunological Societies.

La ricerca è stata condotta da ricercatori delle Università degli Studi di Milano e di Verona e della Fondazione Don Carlo Gnocchi, IRCCS e ha dimostrato come questo regime dietetico possa influenzare positivamente il decorso di malattia.

All’inizio dello studio, durato due anni, ad un gruppo di pazienti con sclerosi multipla recidivante-remittente è stato chiesto di attenersi ad una dieta caratterizzata da un minimo consumo di proteine e grassi animali e di alimenti raffinati e un alto consumo di alimenti di origine vegetale; nel contempo, il gruppo di controllo ha continuato ad utilizzare una classica dieta occidentale. 

Al termine del periodo di osservazione il microbiota dei pazienti con il regime dietetico consigliato dai ricercatori presentava una popolazione batterica con proprietà antiinfiammatorie; inoltre in questi pazienti si è osservato un aumento di cellule immuni circolanti antiinfiammatorie e un chiaro beneficio clinico. In particolare, al temine dei due anni di follw-up, il numero di ricadute di malattia e la gravità della stessa sono risultati significativamente ridotti nei pazienti con sclerosi multipla che in precedenza avevano seguito la dieta a basso contenuto di proteine e grassi animali.

L’ipotesi dei ricercatori è che modificando la composizione del microbiota e il profilo infiammatorio una dieta a basso contenuto di grassi, proteine e ricca di vegetali possa influenzare in modo positivo il quadro clinico della malattia.

Occorreranno però altri studi per confermarlo.