Se si è non vedenti, per orientarsi non basta l'udito

RICERCA

Se si è non vedenti, per orientarsi non basta l'udito

di redazione

Anche se riescono a percepire meglio alcune caratteristiche dei singoli suoni, come la direzione, l’intensità e il timbro, le persone non vedenti non sono in grado di capire la relazione spaziale tra suoni provenienti da punti diversi. Lo hanno dimostrato i ricercatori del Dipartimento di Robotics Brain and Cognitive Sciences dell’Istituto italiano di tecnologia, in collaborazione con l’Istituto David Chiossone di Genova e l’Università di Firenze. Lo studio (Impairment of auditory spatial localization in congenitally blind human subjects) è stato pubblicato su Brain, la rivista internazionale dedicata alla neurologia dell’Università di Oxford, che gli ha anche dedicato la copertina del numero di gennaio 2014 (http://brain.oxfordjournals.org/content/137/1.toc).

Il nostro cervello è in grado di creare diverse mappe spaziali, oltre che utilizzando gli stimoli visivi, anche attraverso la distinzione della provenienza dei suoni all’interno dell’ambiente che ci circonda. Queste mappe posizionano il nostro corpo in relazione allo spazio circostante, in modo da orientare e realizzare i nostri movimenti. Nello studio i ricercatori hanno dimostrato che in persone con cecità congenita, l’assenza dell’informazione visiva durante i primi anni dello sviluppo altera la capacità del cervello di distinguere la provenienza di suoni emessi in successione da posizioni diverse.

«Nel condurre la nostra ricerca abbiamo ricreato un ambiente naturale - spiega Monica Gori, prima autrice dello studi - dove le persone non vedenti potevano ascoltare suoni di diverso tipo e provenienti da diverse fonti. Abbiamo scoperto che è proprio la comprensione della relazione spaziale tra i suoni, e non il singolo suono, a rappresentare un punto critico per la percezione spaziale e l’orientamento delle persone non vedenti».

I ricercatori hanno misurato le percezioni spaziali di persone adulte con cecità congenita all’interno di una stanza in cui venivano emessi suoni in posizioni diverse dello spazio. Alle persone era chiesto di valutare la distanza reciproca di tre suoni provenienti da direzioni diverse dello spazio e in sequenza. Le misure effettuate hanno mostrato un forte deficit di percezione spaziale, evidenziando l’incapacità del cervello di costruire una mappa dell’ambiente. I risultati sono stati verificati con un gruppo di controllo costituito da persone vedenti che hanno eseguito la prova con gli occhi bendati.

«L’incapacità del cervello di costruire una mappa spaziale influisce negativamente sulla capacità di orientamento delle persone con disabilità visiva - commenta Giulio Sandini, direttore del dipartimento di Robotics, Brain and Cognitive Sciences di Iit - limitando la loro mobilità e interazione con l’ambiente circostante. Questo risultato è in forte accordo con altri studi che abbiamo condotto negli anni, i quali dimostrano come la calibrazione tra i sensi avvenga durante lo sviluppo, agendo sulla plasticità del cervello. Tali studi – conclude - ci stanno guidando nello sviluppo di nuove tecnologie per la riabilitazione di persone con disabilità sensoriali».

I risultati della ricerca sono importanti per mettere a punto programmi di riabilitazione attraverso il suono, diretti al miglioramento della capacità di movimento e deambulazione di bambini e adulti con disabilità visiva. ll gruppo di ricerca di Gori è coordinatore del progetto europeo ABBI (http://abbiproject.eu) per la progettazione e lo sviluppo di un dispositivo indossabile che permetta di definire e sperimentare un protocollo per la riabilitazione spaziale nel bambino con disabilità visiva a partire da un anno di età.