La seconda vita della terapia Car-T: non solo tumori del sangue, potrebbe servire per il trattamento di malattie cradiache

L’ipotesi

La seconda vita della terapia Car-T: non solo tumori del sangue, potrebbe servire per il trattamento di malattie cradiache

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Le nuove applicazioni della terapia Car-T sono state immaginate negli stessi laboratori dove è stata sviluppata la prima terapia Car-T approvata per un tipo di linfoma e un tipo di leucemia: quelli della University of Pennsylvania
di redazione

Non solo tumori del sangue, l’immunoterapia Car-T potrebbe rivelarsi efficace nel trattamento della fibrosi cardiaca, una condizione comune a molte malattie del cuore. Un gruppo di ricercatori della University of Pennsylvania ha infatti scoperto che i linfociti T del paziente opportunamente modificati e reintrodotti nel circolo sanguigno (come previsto dalla Car-T) possono rimuovere i fibroblasti attivi, cellule del tessuto connettivo che contribuiscono allo sviluppo della fibrosi cardiaca provocando un irrigidimento del muscolo cardiaco e una riduzione della funzionalità del cuore. I risultati delle loro ricerca sono stati pubblicati su Nature

«La capacità di sfruttare le cellule dei pazienti per combattere il cancro è stata una delle scoperte più promettenti degli ultimi dieci anni. Siamo entusiasti all’idea di poter trovare modi per sfruttare questo stesso tipo di tecnologia in altre malattie comuni.  Mentre sono necessarie ulteriori ricerche prima di poter introdurre questo approccio nel contesto clinico, abbiamo registrato un significativo passo avanti nei nostri sforzi per trattare - e potenzialmente invertire - una condizione che accelera la progressione dell'insufficienza cardiaca», hanno dichiarato gli autori dello studio. 

Le nuove applicazioni della terapia Car-T sono state immaginate negli stessi laboratori dove è stata sviluppata la prima terapia Car-T approvata per un tipo di linfoma e un tipo di leucemia, Kymriah. Forti di quel risultato, gli scienziati della University of Pennsylvania hanno voluto scoprire altre potenzialità della ingegnosa strategia terapeutica. 

In prima battuta per verificare la fattibilità dell’ipotesi, hanno condotto un esperimento sui topi servendosi di animali che esprimevano un antigene artificiale sui fibrobalsti cardiaci. Nei topi era stata indotta l’ipertensione cardiaca, una condizione associata a una ipertrofia ventricolare sinistra, un malfunzionamento delle contrazioni cardiache e una proliferazione anomala di fibroblasti. 

Per colpire l’antigene espresso sui fibroblasti, il team ha trattato alcuni animali con cellule T CD8 + ingegnerizzate che esprimono un recettore contro l’antigene. A distanza di quattro settimane, i topi che erano stati trattati con i linfociti riprogrammati, mostravano una significativa riduzione della fibrosi cardiaca, mentre i topi nei gruppi di controllo non avevano registrato alcun miglioramento. 

Questo esperimento serviva a dimostrare solamente la fattibilità della terapia in linea generale, bisognava però affinare la procedura per rendere realmente possibile un suo impiego concreto. 

Così gli scienziati si sono impegnati nella ricerca di una proteina specificatamente espressa dai fibroblasti attivi che potesse essere riconosciuta e attaccata dai linfociti T ingegnerizzati.  

Le analisi genetiche su pazienti con malattie cardiache hanno permesso di individuare il bersaglio:  si tratta della proteina di attivazione dei fibroblasti (Fap), una glicoproteina sulla superficie della cellula. 

I topi che avevano ricevuto le cellule ingegnerizzate ad hoc per attaccare le Fap mostravano una riduzione significativa della fibrosi e un miglioramento della funzione del muscolo cardiaco. 

«Abbiamo osservato un enorme progresso nel trattamento di alcuni tipi di cancro utilizzando le cellule T ingegnerizzate. I nostri risultati suggeriscono che lo stesso approccio può essere esteso al di là del cancro e funzionare come un trattamento efficace per le malattie cardiache», affermano gli autori. 

Ulteriori ricerche sono comunque necessarie per accertarsi che le Fap siano il bersaglio ottimale verso cui indirizzare i linfociti modificati e che i rischi della terapia siano ridotti al minimo.