La solitudine lascia un’impronta indelebile sul cervello

Lo studio

La solitudine lascia un’impronta indelebile sul cervello

Nel cervello delle persone sole si osserva una maggiore attività del default network, la rete che connette le aree cerebrali coinvolte nei pensieri riflessivi e nei ricordi. La scoperta potrebbe aiutare a prevenire i danni neurologici della solitudine, come declino cognitivo e demenza

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Immagine: Graehawk of Nanaimo/Canada, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione

La solitudine lascia un segno nel cervello. Un segno profondo ben distinguibile nelle immagini della risonanza magnetica tanto che un neurologo potrebbe riconoscere quali persone vivono isolate e quali invece hanno frequenti contatti sociali. La “firma” della solitudine consiste in alcune modifiche sia nel volume che nel tipo di connessioni di specifiche aree cerebrali. Ed è stata individuata dai ricercatori del Montreal Neurological Institute-Hospital della McGill University in Canada che l’hanno descritta su Nature Communications

Gli scienziati hanno analizzato le immagini della risonanza magnetica di 40mila individui di mezza età e anziani raccolte nel database della UK Biobank. Gli esami del cervello erano accompagnati da informazioni sulle condizioni psicologiche dei partecipanti. Così è stato possibile mettere a confronto le immagini cerebrali delle persone che avevano dichiarato di sentirsi sole con quelle che non avevano manifestato un disagio di questo tipo. 

Agli occhi degli esperti non sono sfuggite alcune differenze significative. 

L’impatto della solitudine si osserva nel cosiddetto default network, la grande rete cerebrale che connette regioni del cervello che interagiscono tra loro. È un groviglio di canali di comunicazione che dà origine ai pensieri interiori, ai ricordi, ai progetti per il futuro, all’idea che si ha degli altri. Ebbene, le persone sole mostrano una maggiore connessione tra le regioni del default network che si distinguono anche per un aumento del volume della materia grigia. 

La solitudine risulta correlata anche alle differenze di un’altra struttura del cervello, il cosiddetto “fornice”, un fascio di fibre nervose che trasporta i segnali dall'ippocampo al default network. Nelle persone sole, questa formazione è meglio preservata. 

Le modifiche osservate non stupiscono più di tanto. Il default network viene usato quando si ricorda il passato, quando si immagina il futuro o si fanno ipotesi sul presente. E le persone sole generalmente indugiano in questi pensieri. Una maggiore attivazione delle aree cerebrali coinvolte nelle riflessioni sulla propria esistenza è quindi del tutto logica.  

«In assenza di esperienze sociali desiderate, gli individui soli possono essere orientati verso pensieri interiori come ricordare o immaginare esperienze sociali. Sappiamo che queste capacità cognitive sono mediate dalle regioni del cervello del default network. Quindi questa maggiore attenzione all'auto-riflessione e probabilmente alle esperienze sociali immaginate, coinvolgerebbe naturalmente le funzioni basate sulla memoria del default network», ha dichiarato Nathan Spreng del Neuro Montreal Neurological Institute-Hospital e autore principale dello studio. 

La scoperta non è fine a se stessa, o almeno i suoi autori non vogliono che lo sia. Conoscere l’impatto della solitudine sul cervello può servire a individuare strategie di prevenzione e di trattamento per i disturbi neurologici che possono essere scatenati dall’isolamento, tra cui il declino cognitivo e la demenza