Le staminali del cervello invecchiano precocemente. Ecco il segreto della sclerosi multipla progressiva

La scoperta

Le staminali del cervello invecchiano precocemente. Ecco il segreto della sclerosi multipla progressiva

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La rapamicina è un farmaco usato per prevenire il rigetto nei trapianti. Impiegato su cellule del cervello con sclerosi multipla primariamente progressiva ripristina la loro attività di supporto allo sviluppo degli oligodendrociti.
di redazione

La sclerosi multipla primariamente progressiva è la forma più grave di sclerosi multipla. La disabilità progredisce ininterrottamente sin dal suo esordio, senza ricadute o periodi di remissione. L’unico farmaco disponibile consente di rallentare l’evoluzione dei sintomi, ma non di eliminarli del tutto.  

Ora uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) indica un nuovo fronte su cui indagare in cerca di una terapia più efficace. I ricercatori dell’University of Connecticut hanno infatti scoperto che le cellule staminali delle persone affette da sclerosi multipla progressiva sembrano di decenni più vecchie di quelle delle persone sane e si comportano come tali non riuscendo più a svolgere il loro compito.  

Le cellule staminali invecchiate prematuramente, infatti, impediscono agli oligodendrociti, le cellule che formano la mielina, di maturare, lasciando così i nervi irrimediabilmente scoperti, privi cioè della guaina di rivestimento costituita per l’appunto dalla mielina. Proprio come fili elettrici sprovvisti dell’involucro isolante, i nervi fanno cortocircuito e non riescono a trasmettere efficacemente gli impulsi nervosi attraverso il corpo. 

Nella forma recidivante remittente della malattia, per ripristinare la mielina, si è cercato di stimolare le cellule staminali alla produzione di oligodendriciti. Questa strategia però non può funzionare nella forma progressiva della sclerosi multipla proprio perché le staminali del cervello dei pazienti sono troppo “anziane” e impediscono agli oligodendriciti di maturare e, di conseguenza, di riparare la guaina protettiva dei nervi producendo mielina.

Un possibile bersaglio

I ricercatori hanno notato che gli oligodendriciti esposti alle cellule staminali cominciavano a esprimere differenti geni, molti dei quali venivano stimolati da una specifica proteina che le cellule staminali dei pazienti con sclerosi multipla producono a livelli elevati, dal nome Hmgb1. Bloccando questa proteina, gli oligodendrociti tornano a svilupparsi normalmente. 

«Questa proteina blocca attivamente la capacità dei dendrociti di maturare. Non lo sapevamo prima. La sua presenza è stata osservata nelle lesioni ed è stata associata con l’infiammazione, ma si pensava che semplicemente stimolasse il sistema immunitario. Ora sappiamo che bloccandola miglioriamo considerevolmente la crescita degli oligodendrociti», ha dichiarato Stephen Crocke, neuroscienziato dell’University of Connecticut Health Center, a capo dello studio. 

Favorire la crescita degli oligodendrociti sarebbe un passo fondamentale per il trattamento della sclerosi multipla perché permetterebbe la rigenerazione della mielina. 

«Siamo convinti che conoscere le differenze tra le cellule staminali del cervello delle persone con sclerosi multipla e quelle delle persone sane possa fornire indizi cruciali per lo sviluppo di trattamenti tanto necessari», afferma Anna Williams neurologa dell’Università di Edimburgo che ha partecipato allo studio.

La speranza del farmaco anti-invecchiamento

I ricercatori hanno anche scoperto che trattando le cellule staminali del cervello con il farmaco rapamicina (o sirolimus), queste riprendono a fornire il proprio supporto allo sviluppo degli oligodendrociti. Rapamicina è un farmaco immunosoppressore usato per prevenire il rigetto nei trapianti d'organo che negli ultimi anni ha dimostrato inaspettate capacità contro l'invecchiamento. Non ha avuto successo nel trattamento della sclerosi multipla recidivante remittente, ma potrebbe rivelarsi efficace nella forma progressiva della malattia. 

«Studi recenti hanno dimostrato che i farmaci progettati per colpire i processi di invecchiamento possono rallentare l'insorgenza e la progressione di diverse patologie croniche, tra cui il cancro, l'aterosclerosi, l'ictus e l’Alzheimer, per le quali l'invecchiamento è un importante fattore di rischio. Questo studio potrebbe avere un grande impatto sul trattamento clinico della sclerosi multipla poiché apre una strada completamente nuova da esplorare come possibile strategia per rallentare la progressione della malattia», afferma George Kuchel, direttore del Centro di invecchiamento dell’University of Connecticut Health Center.

La sclerosi multipla non è una malattia associata alla terza età, ma il processo di invecchiamento potrebbe ugualmente avere un ruolo chiave nella sua insorgenza. Una terapia di "rigenerazione cerebrale" potrebbe quindi rivelarsi preziosa. Occorreranno nuovi test, però, per confermarlo.