Trapianti: quando donatore e ricevente hanno l’Hiv

Il trial clinico

Trapianti: quando donatore e ricevente hanno l’Hiv

Uno studio dei NIH valuterà efficacia e sicurezza dei trapianti di reni tra persone sieropositive
redazione

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Negli Usa i trapianti in cui donatore e ricevente sono entrambi sieropositivi sono permessi dal 2013. In Italia la legge che li consente è appena uscita. Si tratta di una pratica clinica sicura ed efficace? La risposta la darà uno studio appena avviato

L’ “Hope Act” (Hope: HIV Organ Policy Equity) è la legge che dal 2013 negli Usa consente i trapianti da un donatore con Hiv a un ricevente con Hiv. E non c’è nome più appropriato. Il provvedimento infatti concede la speranza (Hope) di una vita migliore ai pazienti sieropositivi, accorciando i tempi di attesa per un nuovo organo. 

Sono passati cinque anni da quel via libera, da poco concesso anche in Italia, ed è tempo di bilanci: è appena partito il primo trial clinico su larga scala che valuterà l’efficacia e la sicurezza di questa pratica clinica. Lo studio esaminerà i risultati dei trapianti di rene tra donatori e riceventi, entrambi sieropositivi, in 19 centri degli Usa, raccogliendo informazioni sulle eventuali complicanze post-operatorie legate sia al trapianto che alla presenza del virus. 

Il trial 

Lo studio “Hope in Action Multicenter Kidney Study”, sostenuto dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), parte dei National Institutes of Health, riporterà i risultati di 160 trapianti di reni. Tutti i pazienti coinvolti convivono con l’Hiv, 80 di questi, dopo aver ricevuto tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole, riceveranno i reni da donatori deceduti che avevano contratto il virus, gli altri 80, nel ruolo di gruppo di controllo, riceveranno organi da persone prive dell’infezione. Non solamente i riceventi, ma anche i medici saranno messi al corrente della provenienza degli organi. 

«Un trapianto di reni - ha dichiarato Christine Durand della Johns Hopkins University e principale autore dello studio - può significare una seconda possibilità di vivere una vita normale per una persona con una malattia renale all’ultimo stadio che altrimenti avrebbe bisogno di lunghe sedute di dialisi più volte a settimana. Se ne viene dimostrata la sicurezza e l’efficacia, il trapianto di reni tra persone con Hiv potrebbe accelerare i tempi dell’attesa per i pazienti con Hiv accorciando anche la lista d’attesa generale, a beneficio di chiunque abbia bisogno di un trapianto di reni». 

Il compito dei ricercatori coinvolti nell’Hope in Act Study sarà quello di monitorare la salute post-operatoria dei riceventi in cerca di segnali di rigetto, di insufficienza d’organo, di improvvisa inefficacia dei farmaci per l’Hiv e di complicanze legate alla presenza del virus, come la temibile “superinfezione”, un’infezione provocata da più ceppi dell’Hiv. 

Alla fine del periodo di osservazione verranno messi a confronto i risultati dei trapianti da donatori con Hiv con quelli dei trapianti da donatori senza Hiv. 

Oggi è possibile 

«L’Hope Act del 2013 - ha dichiarato Anthony S. Fauci, direttore del Niaid - ha dato il via libera ai ricercatori di esplorare una nuova potenziale risorsa di organi per coloro che convivono con l’Hiv, una popolazione con un significativo e crescente bisogno di trapianti. Questo studio offre l’opportunità di migliorare la salute di coloro che vivono con l’Hiv, aumentando la disponibilità totale degli organi». 

Le persone con Hiv sono particolarmente esposte al rischio di danni al fegato e ai reni a causa delle patologie correlate come epatite B e C o della presenza concomitante di altre malattie come ipertensione, diabete o, ancora, degli effetti collaterali dei farmaci antiretrovirali. Per tanto tempo sono rimaste escluse dalle liste d’attesa per i trapianti di organi. Negli ultimi vent’anni però le nuove terapie antiretrovirali hanno inaugurato uno scenario diverso.

«L’elevata efficacia delle terapie antiretrovirali e dei farmaci per l’epatite C - ha detto Fauci - hanno considerevolmente migliorato la salute delle persone che vivono con l’Hiv. Tanto che oggi una persona giovane con una diagnosi precoce può contare di avere una aspettativa di vita normale». E può sperare di migliorare la qualità di vita grazie a un trapianto d’organi. Così è accaduto, per esempio, al ragazzo con Hiv in dialisi da 5 anni che nel 2001 è stato sottoposto al primo trapianto di reni in Italia da donatore sano a ricevente con Hiv. L’intervento, eseguito all’Ismett di Palermo, aveva all’epoca sollevato molte polemiche sull’opportunità di far accedere i pazienti con Hiv alle liste per i trapianti.

Non solo reni

La  legge americana del 2013, così come quella italiana da poco approvata, consente il trapianto di organi da donatori deceduti con Hiv solamente a riceventi con Hiv. Non è possibile il passaggio di organi da donatore con infezione a ricevente sano. Tra gli organi trapiantabili c’è anche il fegato. 

Alla fine del 2018 partirà un altro studio per valutare l’efficacia e la sicurezza del trapianto di fegato tra donatori deceduti con Hiv e riceventi con Hiv. Il trial clinico dal nome “Hope in Action Multicenter Liver Study” è finanziato ancora una volta dal Niaid.