Trem2. Svelati i segreti del gene chiave nell’Alzheimer

Lo studio

Trem2. Svelati i segreti del gene chiave nell’Alzheimer

Il suo compito è quello di attivare le microglia, le cellule del sistema immunitario del cervello responsabili dell’eliminazione delle placche. Trem 2 potrebbe diventare un nuovo target terapeutico, ma bisogna fare attenzione ad attivarlo al momento giusto

di redazione

L’attenzione dei neuroscienziati che studiano l’Alzheimer è da qualche anno puntata sul gene Trem2. È risaputo oramai che le variazioni di quel gene aumentano il rischio di sviluppare la malattia neurodegenerativa. Ma fino a oggi non era del tutto chiaro il perché. A gettare luce sul ruolo di Trem2 è un nuovo studio appena pubblicato su Nature Neuroscience.  I ricercatori del Centro tedesco per le malattie neurodegenerative (Dzne) e dell’Università  Ludwig-Maximilians di Monaco hanno dimostrato che Trem2 è responsabile del corretto funzionamento delle difese immunitarie del cervello. Il suo compito è infatti quello di attivare le microglia, cellule che pattugliano scrupolosamente il sistema nervoso centrale in cerca di anomalie. Quando le microglia trovano per esempio traccia dei primi depositi tossici di beta-amiloide, precursori delle caratteristiche placche dell’Alzheimer, riescono a sbarazzarsene proteggendo così l’integrità del cervello.

Gli scienziati hanno dimostrato il ruolo chiave di Trem2 in una serie di esperimenti sui topi. Alcuni animali possedevano il gene nella sua forma integra, altri nella versione mutata e difettosa. 

Il cervello dei topi con la versione sana del gene si trovava “in una botte di ferro”: appena comparivano le prime placche, le microglia si precipitavano ad assediarle impedendone la crescita e la diffusione. 

In presenza del gene difettoso il sistema di difesa non scattava: le microglia non intervenivano lasciando campo libero alle placche dell’Alzheimer. 

Lo studio tedesco è importante perché indica Trem2 come un possibile target terapeutico. L’attivazione del gene nelle fasi precoci della malattia potrebbe infatti permettere di contrastare la formazione degli aggregati tossici di beta-amiloide. Ma gli scienziati invitano a procedere con molto cautela prima di testare un farmaco con queste caratteristiche sugli esseri umani. 

Dai loro esperimenti sugli animali è emerso infatti che non sempre l’attivazione di Trem 2 ha conseguenze positive. Trem2, è vero, previene la formazione delle placche nelle prime fasi della malattia, ma potrebbe avere un effetto opposto quando la malattia progredisce. Negli animali che possedevano la versione corretta del gene le placche, nelle fasi avanzate dell’Alzheimer, progredivano più velocemente rispetto agli animali con la versione difettosa di Trem 2. Questo curioso fenomeno può essere dovuto al fatto che Trem2 induce le microglia a produrre una sostanza chiamata ApoE che stimola la formazione delle placche. Individuare la terapia giusta, capace di attivare le microglia solo al momento opportuno, non è un’impresa facile.  È un compito da equilibristi: stimolare sì, ma non troppo. 

«Il nostro studio - scrivono i ricercatori - dimostra che è necessaria una estrema prudenza e che bisognerà studiare i nuovi approcci terapeutici in modo approfondito su modelli animali prima di testarli sugli esseri umani. Secondo i nostri risultati, una eccessiva attivazione delle microglia potrebbe avere conseguenze gravissime». 

La terapia del futuro, come la immaginano i ricercatori,  dovrà quindi essere adattata alle fasi della malattia: nel periodo di esordio, per esempio, bisognerà stimolare l’intervento delle microglia attivando il gene Trem2 fermandosi però al momento giusto per evitare i rischi di un sovratrattamento nelle fasi successive. Curare l’Alzheimer sarà soprattutto una questione di timing.